Sangiorgi Francesco
notizie 1759
ghironda cromatica

legno di pioppo,
legno di noce,
legno di castagno,
legno di ciliegio (?),
legno di palissandro (?),
legno di bosso,
ferro,
metallo,
canapa,
pece
strumento: lunghezza 666 (con il perno, senza manovella); altezza 154 (con il castelletto); cassa: lunghezza 420; larghezza min./max. 187/216; fasce: altezza min./max. 183,5/77; ruota: diametro 144 ca.; spessore min. 12; lunghezza corde (parte vibrante): chanterelle 367; mouche 447; bordone 446.
mm
sec. XVIII (1750 - 1799)
Lo strumento, incompleto, dopo un restauro conservativo è in discreto stato. Le fasce, dal profilo tozzo, sono in legno di pioppo e sono unite al piano che sporge da queste di due-tre millimetri; questa è una caratteristica riscontrata anche in altri strumenti di possibile area italiana. Le fasce conservano ancora parte della vernice bruna originale. Il piano è poco arcuato ed è incollato alle fasce senza l'aiuto di controfasce. Il piano è in noce, come le fasce, è stato attaccato pesantemente dagli insetti. Il fondo manca del tutto e anch'esso era leggermente arcuato per consentire un diametro maggiore della ruota. Lungo il bordo del piano sono tracciati a graffietto due segni paralleli ad imitazione della filettatura. Vicino ai ponticelli dei bordoni sono intagliati due fori armonici ad ff molto sottili. Il ponte delle chenterelle è stato rifatto, mentre originali sono i due ponti laterali e i fermi del copriruota. Il piano non ha traccia di presenza di cordiera e le corde sono attaccate a due bottoni e due chiodi fissati attraverso le fasce nello zocchetto di testa. Un terzo bottone più grande aveva la funzione di reggicinghia. Delle quattro corde, numero tipico per uno strumento italiano, due hanno la funzione di chanterelels, mentre una svolge il ruolo di bordone e l'altra di mouche, manca invece la trompette che su questo strumento non è mai esistita. Anche la mancanza della trompette è una caratteristica riscontrata in altri strumenti italiani.
Il castelletto è di noce e ospita 11 tasti diatonici e 7 cromatici con una estensione sol2-Mi#3. I tasti hanno fattura semplice e sono di ciliegio (?), con ciascuno due tangenti. Due tasti sono rifatti. Caratteristica curiosa, ma dovuta a una ingenuità del costruttore, è il fatto che le tangenti cromatiche sono rivolte verso il basso rendendo difficilissima l'accordatura. La posizione dei tasti ha conosciuto qualche ripensamento, a giudicare dai numerosi segni di tracciatura poi abbondanati. A giudicare dall'altezza dle castelletto e dai due segni centrali abbandonati, in un primo momento il costruttore aveva pensato di realizzare una ghironda diatonica con una sola fila di tasti. La testa dello strumento ha forma di riccio ed è scolpita con una certa abilità. E' in legno di castagno e i quattro piroli di legno duro (palissandro?) sono infissi lateralmente, due per lato. Lateralmente sono innestate le due orecchie che fungono da ponticello. In questo acso sono molto piccole a causa dell'inclinazione delle corde data dal castelletto.
La ruota è tornita in pezzo unico a partire da un grande disco di bosso. Il perno è infisso all'estremità in una catena; questa è stata rifatta perchè mancante in occasione del restauro conservativo. Il perno è di ferro a fusto cilindrico con una boccola di battuta della ruota che è forzata e fissata con l'aiuto di filacce di canapa e, forse, di pece. Verso le fasce il perno attraversa lo zocchetto e ruota in una doppia sede interna ed esterna allo strumento creata da due fori praticati in due lamine di metallo fissate allo zocchetto che si affaccia all'esterno e sul quale sono fissate le fasce. La maniglia a forma di S è di ferro. Internamente la giuntura tra fasce e piano è stata rinforzata e una crepa è stata chiusa in occasione del restauro.
Etichetta in un riquadro con cornice celeste con scritta a penna.

Ghironda cromatica del tipo "vielle en guitare" dalla forma a otto tozza e poco pronunciata. Si tratta di una delle poche ghironde italiane superstiti, la maggioranza delle quali ritrovate in Emilia Romagna e specificamente nella val di Taro, l'ultima zona di diffusione di questo strumento, estinto attorno al 1950. Molte delle caratteristiche costruttive e qualche notizia sull'autore ci indicano che non si tratta di un liutaio, ma di un artigiano, per la precisione ebanista e costruttore di carrozze, che si cimentò nella costruzione di questa ghironda, prendendo spunto da strumenti da lui visti. Nello strumento convivono infatti caratteristiche comuni ad altre ghironde italiane e ingenuità tipiche di un costruttore non esperto.