Teatro Comunale Italia - Rocca San Casciano

Dati tecnici
pianta rettangolare con galleria
2016-2017
fonti archivistiche
Pubblicazioni e Cataloghi
E. Vasumi Roveri, I teatri di Romagna. Un sistema complesso, Bologna 2005, p. 160, 187 e 191.
Via A. Saffi 8
47017 Rocca San Casciano (FC)

opera di inaugurazione:
Don Pasquale
Fondazione: prima metà sec. XX
Nell’Italia preunitaria Rocca San Casciano, posta al centro della Romagna – Toscana del Granducato governato dai Lorena, era un centro amministrativo e commerciale di rilievo, definito ‘porto della montagna’ per il notevole scambio di merci e sede inoltre di tribunale. Nella sua giurisdizione comprendeva, oltre alla valle del Montone, quelle del Bidente, del Savio, del Lamone e del Senio. Allo sviluppo del borgo, che si ebbe negli anni Trenta dell’800 con l’apertura di importanti carrozzabili (Muraglione e Traversa di Romagna), contribuirono inoltre l’accentramento di funzioni amministrative e giudiziarie con la creazione del Circondario di Rocca voluto da Leopoldo II. La crescita portò un maggiore afflusso di forestieri e residenti, di conseguenza si determinò un incremento anche sotto il profilo culturale. Nel 1840 il Granduca approvò la costituzione dell’Accademia teatrale denominata “dei Riconoscenti”, formata da esponenti della borghesia cittadina, che scelse come impresa un girasole con il motto “Lo sguardo fiso in lui che mi diè vita”. Due anni dopo venne inaugurato con molta solennità il teatro finanziato dagli stessi accademici e realizzato su progetto dell’architetto Francesco Violani Traversari di Portico.
Per ottant’anni l’Accademia si occupò dell’attività del teatro, tra i suoi membri annoverava un giovanissimo Federigo Cappelli che, fondatore dell’omonima tipografia in seguito casa editrice assai nota, si occupava della locale filodrammatica. Dall’inaugurazione fino ai primi del ‘900 gli accademici Riconoscenti organizzarono in teatro innumerevoli manifestazioni artistiche e culturali di buon livello e ospitarono illustri personaggi dell’arte e della politica.
Nel tempo l’attività teatrale si fece meno vivace fino all’inattività, al tempo stesso l’edificio necessitava di un ammodernamento e risanamento. Le tavole relative al progetto di restauro del teatro, elaborate nel 1910 e appartenenti a una collezione privata, riportate nella recente relazione storica dell’architetto Ridolfi Il museo in centro …, ne testimoniano le caratteristiche tipologiche. Lo schema planimetrico mostra uno spazio funzionalmente diviso con atrio, foyer, sale destinate al pubblico (per il ballo, il gioco, il biliardo), cavea a ferro di cavallo, platea, due ordini di palchi e loggia sovrastante, boccascena e palcoscenico, retropalco e camerini. Per mancanza di fondi e a causa dello scoppio della I guerra mondiale, gli accademici non poterono realizzare questi lavori.
I terremoti che nel 1918-19 interessarono l’intera area dell’Appennino tosco - romagnolo danneggiarono gravemente il teatro, gli sforzi degli accademici e del Comune per ricostruirlo non ebbero esito positivo e nel 1921 il Genio Civile di Firenze ne ordinò la demolizione. L’anno prima il Comune aveva ottenuto dall’Accademia la donazione dell’edificio pericolante e approvato un progetto di restauro cui però non fu dato seguito.
Rimase inattuato anche un successivo progetto per la ricostruzione del teatro secondo uno schema elaborato nel1925. Dopo molte traversie solo nei primi anni Trenta, con finanziamento dello Stato, sulla stessa area del vecchio teatro, venne ricostruita la nuova sala nelle tipiche forme architettoniche del ventennio su progetto dell’architetto Domenico Mortani, a noi pervenuta. L’inaugurazione del Teatro Comunale / Casa Littoria avvenne il 28 ottobre 1933, mentre l’apertura ufficiale ebbe luogo il 21 aprile1934 con l’opera Don Pasquale di Gaetano Donizetti. Il teatro recuperò pienamente la funzione di polo culturale e sociale con la messa in scena di opere liriche e rappresentazioni date dalla filodrammatica.
Nel frattempo la ridefinizione dei confini tra Toscana ed Emilia-Romagna, voluta da Mussolini nel1923, pose Rocca San Casciano e il suo circondario nella provincia di Forlì, cui furono annessi i territori toscani del versante romagnolo. Nel secondo dopoguerra per una serie di circostanze questo centro si ridimensiona.
Nello stesso periodo il teatro, la cui gestione era stata affidata alla “Sezione Mutilati ed Invalidi di Guerra”, riaprì con la denominazione di Teatro Italia. Negli anni ’60, la struttura venne adibita a sala cinematografica e da ballo, col nome di Cinema Jolly, in seguito la stessa struttura venne utilizzata dai cittadini come Sala Polivalente atta ad ospitare manifestazioni di pubblico interesse.
L’intervento di restauro, adeguamento, risanamento conservativo e antisismico, progettato e diretto dall’architetto Alberto Ridolfi e concluso alla fine del 2017, ha avuto la finalità di recuperare l’uso della pregevole struttura rivedendo la distribuzione degli spazi e adeguandoli a molteplici esigenze, poter disporre di una sala polivalente da destinare a rappresentazioni teatrali e cinematografiche, dotandola dei necessari sistemi multimediali e ottenere il necessario spazio da destinare a mostre permanenti.
Dell’edificio originario risulta di particolare interesse il monumentale prospetto principale sulla via Saffi, caratterizzato da un ampio corpo centrale, scandito da quattro ampie finestre a tutto piano sovrastanti altrettante porte ad arco, inquadrato da due corpi laterali che, separando il teatro dagli altri elementi dell’anonimo fronte stradale, ne accentuano la rilevanza. La caratterizzazione si avvale inoltre della bicromia dell’edificio data dall’impiego della pietra serena a piano terra e del mattone nella parte superiore che ‘muovendo’ la facciata crea un effetto di luci e ombre, pieni e vuoti. “L’uso di elementi architettonici variamente presi a prestito da un neoclassicismo di regime tanto caro al periodo, si sprecano, anche se l’uso degli stessi risulta gradevole sotto l’aspetto formale: i balconi ai piedi d’ognuno dei quattro finestroni, la cornice posta a mo’ di marcapiano subito sopra gli ingressi, il gioco delle fasce di mattoni (orizzontali nella parte centrale e verticali sulle laterali) e ancora il ricorso a elementi ‘nicchia’ nei due blocchi sui lati a riprendere una idea di verticalità in cornice al volume centrale” (Ridolfi, Relazione tecnica …, p. 4). (Lidia Bortolotti)




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