Pinacoteca "G. Stuard"
Via Borgo Parmigianino, 2
Parma (PR)
Carmignani Guido
1838/ 1909

dipinto
tavola/ pittura a olio
cm 47 (la) 29,5 (a)
sec. XIX (1893 - 1893)
L’approccio alla pittura di macchia in Carmignani non è automatico, forse non avviene neppure. Semmai è intenso il rapporto con la realtà pittorica: la società che riempie i suoi quadri è intravista a distanza, nel contesto più complesso del paesaggio naturale, ovvero entro un profilo urbano, come in questo caso.
Questa chiarità trasversale in un meriggiare lento e sordo, che coincide con l’ora della sosta e del breve chiacchiericcio tra i birocciai, è pittura che parte dalla realtà di un angolo di città che, se anche noto e vissuto, tende ad ampliarsi a scenario dell’esistenza collettiva. Frammento di una chiarezza che supera il reale, questo piccolo dipinto su tavola va citato tra i prodromi di quel manifesto di vita, di mestizia e di morte rappresentato dalla celebre La Villetta, dalla Cuciniera o dal Mercato a porta: si tratta di quadri di realtà dietro ai quali avverti il senso più attento e ambiguo della fragilità del soggetto e della vita medesima che ne accompagna il vivere e l’esistenza. Anche Tassi era colpito dalla luminosità della scena: “Entro la chiara luce di fine inverno; le scure ombre a picco sul velo d’acqua, nella delicata ombra azzurrina sulla polvere bianca di sole; quel tremolio dell’aria che si perde lontano, nella nitida precisione degli oggetti e degli uomini ritagliati o affacciati, sull’ampia circolazione di luce e cielo”.
Il richiamo a Signorini che faceva Tassi, per quanto suggestivo, è da giudicarsi per così dire letterario, tanta e tale è l’intensità di questo sguardo mattinale.
Un altro dipinto omologo del presente, in collezione privata di Parma, ma diversamente concepito nell’impaginato, richiama invece un taglio più macchiaiolesco, per la scelta delle quinte di destra e la pacatezza del paesaggio compiuto su una tavolozza ricca di rosati e di terre.
Anche questo quadro con i birocciai, come non intravederlo a distanza nella contemporanea fusione di luce che assorbiva, con superiore intensità e maggiore forza di distacco, il celebre Lancere di Fattori, un quadro in piena chiarità di luce?
L’ipotesi avanzata da Barocelli che il dipinto derivasse da una fonte fotografica, opera dello stesso Guido, è dimostrata dall’avvenuto recupero delle stampe all’albumina che si riferiscono al presente dipinto. Dunque il paesaggio di Guido è scevro dei ripensamenti esornativi dei tardo romantici e rivolto assai più di quello del padre, a leggere il “vero”.
E’ nota la sua pratica di fotografo: nel 1868 fa una serie di scatti relativi all’alluvione che colpisce la città che traduce successivamente in dipinti (Parma, collezione privata).
Le novità e i pensieri che circolano in questa scuola di Parma, caratterizzata innanzitutto dalla personalità di Guido nei decenni centrali del secolo, sono da segnalarsi all’altezza di quanto accade in altre città italiane. Il dipinto entrò nella Pinacoteca tra il 1926 e il 1928.


Guido Carmignani figlio di Giulio, dopo un inizio a Parma con l’insegnamento del padre e di Giuseppe Boccaccio, maturava di compiere un soggiorno a Parigi. Vi si trova tra il 1857 e il 1858; la capitale francese non è ancora quella dei grandi salons degli impressionisti. E il periodo in cui le novità provengono dai pittori raccolti nei centri attorno alla foresta di Fontainebleau, innanzitutto i paesaggisti della scuola di Barbizon.
Attorno a essi stanno rinvigorendo la propria vena poetica Serafino De Tivoli, i Palizzi, Filippo e Giuseppe, Alberto Pasini, che è un conterraneo di Guido, presente e attivo presso Marlotte ove si trovava l’abitazione di Cicéri. A Parigi il giovane Carmignani trova anche l’arte del paesaggio di Corot e di Courbet.
Ne nasce un impasto nel quale non è assente l’attenzione agli italiani che egli frequenta, e principalmente il Pasini. Di questo autore, poco prima della partenza per l’Oriente - ricorda Roberto Tassi (1980) - il giovane Carmignani assimila innanzi tutto il gusto del paesaggio, così come del de Tivoli le prove che questi dalla Francia inviava alla Società di incoraggiamento di Torino.