via Amendola 2
Reggio Emilia (RE)
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Il parco dell’ex ospedale, in massima parte di proprietà della AUSL Reggio Emilia, ha una superficie di oltre 35 ettari e si estende tra la Via Emilia e la ferrovia, limitato a est dal torrente Rodano e a ovest da via Doberdò. All’interno della storica area verde sono inseriti una quarantina di fabbricati, diversi per dimensione, epoca di costruzione e tipologia architettonica: nati per ospitare un importante ospedale psichiatrico, istituito addirittura a metà del ’700 e con una tradizione di luogo di cura e di ricovero molto più antica, sono oggi interessati da un progetto di riorganizzazione che punta a consolidare la vocazione culturale dell’area, in futuro sempre più al servizio dell’università, e a favorirne la fruizione pubblica grazie alla creazione di un collegamento con il costituendo Parco territoriale del Rodano. Oltre agli edifici, che rivestono una grande importanza sotto l’aspetto storico e architettonico, l’area ospita un notevole patrimonio arboreo, con centinaia di esemplari in buona parte di dimensioni ragguardevoli e in alcuni casi eccezionali (farnie, olmi, frassini, platani, aceri).

Si tratta di un’area molto ampia e piuttosto eterogenea, fortemente caratterizzata dalla tipica organizzazione a padiglioni dell’ex ospedale e dallo sviluppo della viabilità al loro servizio, ma anche dotata di un ricchissimo patrimonio arboreo, particolarmente vario e reso ancora più prezioso dalla presenza di esemplari di dimensioni spesso ragguardevoli. Gli edifici sono numerosi e colpiscono per la varietà architettonica: a parte la palazzina che ospita la sezione provinciale di ARPA Emilia-Romagna, che è di recente costruzione, tutti gli altri fabbricati sono riconducibili alla passata attività manicomiale e datano tra la metà dell’Ottocento e gli anni ’30 del Novecento, tanto da rappresentare uno curiosa e interessante rassegna degli stili architettonici che sin sono succeduti nell’arco di quasi un secolo. Un percorso storico, articolato in una serie di pannelli collocati all’ingresso dei principali padiglioni, permette di approfondire la conoscenza degli edifici e dei protagonisti della storia dell’ex ospedale neuro-psichiatrico.
Entrando dall’ingresso di via Amendola, ci si trova di fronte al padiglione principale, il padiglione Morel (oggi sede tra l’altro del Centro di Documentazione sulla Storia della Psichiatria), che ha inglobato le strutture del primigenio ospizio e dell’attigua chiesa, abbattuta nel 1789 e poi ricostruita. Dal padiglione Morel è possibile esplorare l’area muovendosi sia verso est che verso ovest lungo la viabilità organizzata su due direttrici parallele alla Via Emilia, di quasi un chilometro di lunghezza, che sono attraversate da una serie di vie perpendicolari. La parte centrale dell’area, in prossimità dell’ingresso, è più frequentata, mentre spostandosi verso le estremità il flusso di persone e mezzi diminuisce e diversi padiglioni, soprattutto verso ovest, appaiono fatiscenti e in condizioni di grave degrado. In questa zona sono, tuttavia, in corso i lavori di riqualificazione del padiglione Marchi, che ospiterà uno studentato e laboratori universitari, e poco più a nord, dopo un accurato recupero, è stato di recente inaugurato il padiglione Lombroso, che diventerà la sede del Museo di Storia della Psichiatria. Alle aree più densamente costruite si contrappongono ampie zone aperte: un grande prato si estende a nord, lungo la ferrovia; un altro si sviluppa all’estremità orientale, intorno al cimitero di San Maurizio; un terzo si sviluppa in posizione piuttosto centrale lungo viale Amendola, in prossimità del padiglione Morel, ed è scandito da diversi filari di alberi da frutto (esemplari di albicocco, pero e pruno piuttosto stentati e con evidenti disseccamenti nelle chiome), che sono le ultime testimonianze della vecchia colonia agricola, di cui verso la ferrovia sopravvive anche un edificio in precarie condizioni.
La presenza degli alberi e del verde era considerata benefica per i ricoverati e oggi centinaia di grandi esemplari arborei, in diversi casi sicuramente secolari, sono disposti lungo la viabilità e in prossimità degli edifici. Prevale la distribuzione in filari, anche se spesso, soprattutto nel settore orientale, la regolarità della disposizione cede il passo a un’organizzazione più naturale, con prati più o meno densamente alberati. Osservandoli da una certa distanza, la grande varietà di colori e portamenti degli esemplari presenti nel parco rivela la notevole commistione di specie che caratterizza il patrimonio arboreo del parco: le chiome scure e compatte delle conifere (abeti, cedri, cipressi), quelle chiare e leggere di frassini, sofore e aceri americani, e ancora platani, tigli, olmi, bagolari. Tra le specie più rappresentate c’è sicuramente la farnia, che esibisce alcuni esemplari monumentali in prossimità dell’ingresso e vicino al villino svizzero, come pure il bagolaro e il tiglio, che accompagnano con filari singoli e doppi una parte importante della viabilità dell’area.


Come in diverse altre città poste lungo il tracciato della Via Emilia, anche a Reggio Emilia, a circa due chilometri dal centro storico, verso est, esiste una località denominata San Lazzaro che deve il nome alla presenza di una chiesa e di un ricovero dove, a partire dal XII secolo, furono internati i malati di lebbra. Con il trascorrere del tempo nel ricovero trovarono ospitalità un numero sempre maggiore di poveri e invalidi e l’ospedale, perduta la funzione originaria di lebbrosario, si trasformò in un ospizio per malati e mendicanti e, a partire dal 1754, venne destinato in maniera esclusiva ad accogliere i malati di mente. Di grande importanza per lo sviluppo dell’ospedale psichiatrico fu, nel 1821, la decisione del duca Francesco IV di dichiarare il San Lazzaro “Stabilimento Generale delle Case de’ Pazzi degli Stati Estensi” e di nominarne direttore il medico Antonio Galloni, che dopo una serie di viaggi di studio presso i principali manicomi italiani ed europei intraprese una profonda opera di rinnovamento della struttura, che portò anche alla costruzione di nuovi padiglioni. Sotto la sua direzione il San Lazzaro aumentò il numero dei ricoverati da 21 a 233, e, anche grazie a una nuova concezione e organizzazione degli spazi, venne abbandonato l’uso indiscriminato dei mezzi di contenzione e coercizione per intraprendere sui degenti un’opera di rieducazione attraverso il lavoro e il rispetto della disciplina. Alla morte di Galloni, avvenuta nel 1855, l’ospedale conobbe un periodo di decadenza che terminò nel 1871, con la nomina a direttore di Ignazio Zani; la sua opera e quella dei successori, Carlo Livi e, soprattutto, Augusto Tamburini (direttore per un trentennio sino al 1907), furono finalizzate a rendere il manicomio una cittadella per quanto possibile autonoma e perfettamente organizzata, con una colonia agricola, una cantina, un pastificio, un forno, una macelleria, una lavanderia, un teatrino, sale da ballo e altri spazi per il lavoro e lo svago dei degenti. Nello stesso tempo una grande attenzione venne dedicata ad approfondire e divulgare le conoscenze relative alle malattie mentali e alle pratiche psichiatriche: furono ampliati i laboratori scientifici (istologia, psicologia sperimentale, chimica, elettroterapia), venne organizzata una ricchissima biblioteca e furono creati alcuni musei (craniologico ed anatomico, di anticaglie). In collaborazione con l’Università di Modena furono, inoltre, avviati l’insegnamento e la ricerca in clinica psichiatrica e venne fondata la Rivista Sperimentale di Freniatria e Medicina Legale delle Alienazioni Mentali, per oltre un secolo il principale organo scientifico della psichiatria italiana, concorrendo a fare dell’Istituto Neuro-Psichiatrico “San Lazzaro”, un centro di cura e di ricerca rinomato sia in Italia che all’estero.
Dalla metà dell’Ottocento, lo sviluppo dell’area fu condizionato dalla costruzione della ferrovia, che reso obbligatoria l’espansione in direzione est-ovest, attraverso l’acquisizione delle ex ville padronali Cugini e Trivelli, sui cui terreni vennero eretti nuovi edifici. Nel 1918 l’ospedale contava già 24 fabbricati e poteva accogliere ben 1500 malati e un ulteriore sviluppo si ebbe tra il 1919 e il 1933, quando furono costruite case popolari per il personale e i custodi (tuttora esistenti), inaugurata la colonia scuola per “bambini deficienti emendabili”, fondata la colonia agricola modello “Duca degli Abruzzi” (demolita nel 1936 quando diversi terreni furono espropriati per la realizzazione dell’aeroporto) e vennero realizzati nuovi padiglioni. Una volta scoppiata la guerra, l’ospedale, anche per la vicinanza all’aeroporto, fu soggetto a ripetuti bombardamenti e subì gravissimi danni: molti edifici vennero distrutti e numerosi ricoverati morirono sotto le macerie. Nel 1945 l’ospedale riaprì le immissioni, temporaneamente sospese nelle fasi finali del conflitto, e il numero dei degenti crebbe in maniera rapidissima, raggiungendo i 2150 ricoverati nel 1959. Durante gli anni ’60, infine, nell’istituto venne avviato un processo di radicale trasformazione terapeutica e assistenziale che nel 1978, quando venne promulgata la legge che abolì il sistema manicomiale (Legge n. 180, più nota come “Legge Basaglia”) portò al parziale abbattimento delle mura di cinta del complesso e al progressivo abbandono delle attività.