Viale Santi Baldini 4
Ravenna (RA)
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I Giardini Pubblici, realizzati negli anni ’30 del secolo scorso dall’architetto piacentino Giulio Ulisse Arata. Hanno una superficie di poco meno di 4 ettari e sono il primo parco urbano di Ravenna, storico luogo di ritrovo all’aperto e cornice verde del complesso monumentale che comprende la chiesa di Santa Maria in Porto e la Loggetta Lombardesca. I giardini rappresentano tuttora il più noto e frequentato spazio verde del centro storico, sede di numerose manifestazioni a carattere ricreativo e sportivo e punto di riferimento per ravennati e turisti. Lo spazio verde, nel quale è ancora leggibile il disegno originario, per quanto alterato da successive semplificazioni e modificazioni, è caratterizzato da una densa e ombrosa copertura arborea, in prevalenza di sempreverdi, che custodisce diversi esemplari di dimensioni ragguardevoli.

L’odierno aspetto dei giardini consente di riconoscere ancora il disegno originario, anche se le fotografie d’epoca restituiscono l’immagine di uno spazio verde un tempo decisamente più ricco e sofisticato. Oggi l’impressione prevalente è quella di un luogo gradevole, molto frequentato e vissuto, che risente del peso dei diversi usi a cui è stato soggetto e necessiterebbe, come ogni giardino storico, di particolari cure e specifici interventi. L’elemento principale dell’area verde è tuttora il grande prato centrale, con la bella fontana in pietra disegnata dallo stesso Arata, simile a quella della sua dimora piacentina. Il grande rettangolo prativo, perfettamente in asse con il fronte della Loggetta Lombardesca, è oggi privo delle aiuole “all’italiana” di un tempo, ma fa ancora egregiamente da cornice alla scenografica facciata dell’edificio sullo sfondo. Altrettanto rilevanti sono i rettilinei viali di lecci che dai quattro ingressi principali, con belle cancellate d’epoca, conducono verso lo spiazzo davanti alla Loggetta Lombardesca, vero elemento focale dello spazio verde; molti esemplari arborei dei filari sono riconducibili all’impianto originario; mentre gli esemplari più giovani sono frutto di successive integrazioni. Al prato centrale si affiancano in modo simmetrico i due settori a emiciclo che completano il disegno del parco, caratterizzati da aiuole alberate suddivise da sentieri sinuosi (il cui tracciato si sta perdendo in seguito al progressivo inerbimento). Tra i diversi alberi del parco spiccano per dimensioni due belle formazioni di magnolia, un gruppo di cipressi calvi, le chiome a ombrello di alcuni pini domestici e quelle piramidali di isolati cedri e pini dell’Himalaya; degni di nota sono anche alcuni annosi esemplari di fotinia, con la base del tronco allargata e contorta, mentre in diversi punti risaltano le chiome slanciate di piccoli gruppi di cipressi, anche di nuovo impianto. Tra le specie arboree a foglia caduca, che in parte riequilibrano la preponderanza di sempreverdi, si segnalano esemplari isolati di liquidambar o storace americano (Liquidambar styraciflua), koelreuteria, albero di giuda e lagerstroemia, oltre a tigli e ippocastani. Accanto a queste piante ornamentali, colpisce la presenza di tre maestosi esemplari di farnia, la quercia tipica della pianura, probabilmente preesistenti all’epoca di realizzazione del parco e da ricondurre al passato uso rurale dell’area verde. Molto modesta oggi è la componente arbustiva, che in origine segnava l’intera fascia perimetrale del parco e movimentava diverse aiuole; per le dimensioni inusuali delle ceppaie spiccano alcune superstiti macchie sempreverdi di laurocerasi e allori; di recente impianto, invece, sono i gruppi di giovani arbusti di specie sia autoctone che ornamentali nel settore settentrionale, verso l’ingresso di via Genocchi.

La storia dell’area che oggi ospita i giardini è strettamente legata a quella del monastero di Santa Maria in Porto, realizzato insieme alla chiesa tra ’500 e ’600, quando i Canonici Lateranensi si trasferirono in città dalla precedente sede di Santa Maria in Porto Fuori (a 6 km da Ravenna). In origine l’area ospitò gli orti dei monaci, che occupavano i terreni compresi tra la parte retrostante del complesso religioso e le mura medievali (parte del tracciato coincide con l’odierno viale Santi Baldini, dove ancora permangono resti dell’antico manufatto). Alla fine del ’700, con la soppressione napoleonica degli ordini religiosi, il monastero fu trasformato in quartiere militare, per le truppe francesi e in seguito austriache; dal 1815 fu adibito a magazzino di pinoli prodotti nelle pinete ravennati e i terreni limitrofi continuarono a essere coltivati. Nel 1886 l’area fu adibita a galoppatoio e cominciò a essere comunemente chiamata “e’ Tond” per il caratteristico sviluppo circolare. Agli inizi del ’900 l’area verde venne utilizzata come luogo di ritrovo per la cittadinanza, diventando teatro di attività ricreative, manifestazioni sportive e celebrazioni militari e civili. Negli anni ’20, in concomitanza con la realizzazione di un nuovo ippodromo nella zona della Darsena e la nascita di un elegante quartiere residenziale in questo settore cittadino, l’amministrazione comunale decise di trasformare l’area in giardino pubblico, sulla scia di analoghe operazioni urbanistiche che stavano avvenendo in altre città italiane. La progettazione del parco fu affidata a Giulio Ulisse Arata, già conosciuto a Ravenna per il progetto del Palazzo della Provincia e la sistemazione della Zona Dantesca. I lavori per la realizzazione del parco, eseguiti tra il 1931 e il 1934, fecero tuttavia riferimento non al progetto originale di Arata, molto articolato e giudicato troppo costoso, ma a un’ipotesi semplificata, alla quale contribuirono anche tecnici comunali. Nel nuovo disegno spiccava il settore centrale, ribassato rispetto al piano di campagna e caratterizzato da una grande fontana circolare e da aiuole delimitate da bordure raccordate al restante giardino da belle gradinate in pietra: una sistemazione in grado di dare profondità all’area verde e incorniciare in modo adeguato l’elegante facciata della Loggetta Lombardesca. Ai lati di questo settore “all’italiana”, arricchito di alte siepi di bosso e macchie di rose, si sviluppavano due grandi aree semicircolari contraddistinte da viali in ghiaia con andamento rettilineo, alberati con lecci, e da percorsi secondari che definivano alcune ampie aiuole, alberate con magnolie, fotinie, tigli, platani e varie conifere (cipressi, cipressi calvi, pini domestici, cedri) e arricchite di macchie di erbacee annuali. Durante i lavori venne coperto il fossato di viale Santi Baldini nel tratto adiacente al parco, a ridosso delle mura. Nel 1934, con l’apertura al pubblico dello chalet, i giardini divennero subito un luogo molto frequentato e apprezzato dalla cittadinanza. Nel corso della seconda guerra mondiale il parco e il vicino monastero subirono molti danni alle strutture e al patrimonio vegetale, almeno parzialmente ripristinati nei decenni successivi.