Piazza Garibaldi, 26
Colorno (PR)
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Affacciata sul torrente Parma, la sontuosa dimora estiva del duca Francesco Farnese fu rinnovata nel ’700, sull’esempio di Versailles, per volere di Luisa Elisabetta, figlia di Luigi XV di Francia e moglie di Filippo di Borbone, e in seguito utilizzata da Maria Luigia d’Austria, moglie di Napoleone I, fino alla metà dell’Ottocento. Dopo un lungo periodo di abbandono, un attento progetto di restauro promosso dalla Provincia di Parma e dal Ministero dei Beni Culturali ha portato al recupero dell’importante complesso storico e del suo giardino ornamentale. Le sale riccamente decorate della Reggia sono divenute in questo modo un patrimonio fruibile dal pubblico e sede di esposizioni temporanee di valenza internazionale e di eventi musicali. Il parco ha ritrovato anch’esso parte dell’antico splendore e offre ai visitatori la possibilità di ammirare spazi formali, macchie di vegetazione più folta e alberature secolari; inserito nel circuito dei Grandi Giardini Italiani, da alcuni anni ospita in Primavera la mostra Nel Segno del Giglio, una rassegna di carattere nazionale dedicata al florovivaismo di qualità.

L’area verde (11 ettari circa), interamente recintata, si sviluppa a lato della Reggia ed è collegata tramite un voltone ad arco all’ampio cortile interno del palazzo. La lunga facciata rivolta verso il giardino, segnata da un’ampia doppia scalinata, domina il vasto parterre alla francese in terra battuta suddiviso in grandi aiuole formali: quattro aiuole simmetriche, disegnate con basse siepi di bosso e fiancheggiate da grandi vasi con agrumi, ruotano intorno a una fontana circolare e caratterizzano la prima porzione del parterre, mentre più lontano si allungano altre due aiuole, sempre delimitate da basse siepi, che racchiudono grandi vasche con fontane. Gallerie formate da filari di carpino bianco mantenuti in forma obbligata fiancheggiano su entrambi i lati le prime aiuole, con finte finestre ad arco aperte in questa sorta di muri verdi che regalano scorci suggestivi verso il parterre e la Reggia. Più all’esterno risalta una quinta compatta di tigli, anch’essi sagomati in formazioni strette e allungate. Sullo sfondo la visuale è, invece, chiusa da due fitte siepi di tasso disposte ad arco che convergono verso una scalinata centrale attraverso la quale si entra nella vasta porzione di parco all’inglese, che si sviluppa a una quota inferiore rispetto al parterre (rialzato nel ’700 con imponenti riporti di terreno). Accanto a una delle aiuole delle fontane svetta un vetusto esemplare di zelkova a foglie di carpino (Zelkova carpinifolia), detta anche zelkova del Caucaso, una delle alberature di maggiore rilievo del parco e tra le poche sopravvissute ai danni causati dalla Seconda Guerra Mondiale. Ai piedi della scalinata, un doppio filare di pioppi cipressini conduce a un piccolo laghetto, a contatto con il bosco sul lato meridionale e sugli altri lati circondato da una radura prativa, sulle cui sponde crescono giovani individui di pioppo bianco, salice bianco, carpino bianco e olmo campestre. Tutta la restante ampia parte del parco presenta una copertura arborea quasi continua, con zone dove la vegetazione è più folta e il sottobosco piuttosto sviluppato. Dominano le alberature a foglia caduca, con prevalenza di frassini maggiori, farnie, aceri campestri, tigli, ippocastani, platani, bagolari e olmi (parte delle piante sono state introdotte in occasione delle “feste degli alberi” svolte negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso). Negli strati più bassi si incontrano macchie di tasso (probabilmente diffusosi spontaneamente) e poi edera terrestre, ellebori, viole e altre erbacee comuni, oltre a varie specie fungine. Il contesto a tratti alquanto naturale favorisce la presenza sia di uccelli (picchi, ghiandaie, merli, ecc.), ma anche di anfibi, rettili e altri piccoli animali. L’area è attraversata da alcuni percorsi, in parte ciclabili, che si dipartono ai lati del parterre e consentono gradevoli passeggiate all’ombra di alte alberature. Un viale più ampio e rialzato, fiancheggiato da tigli, aceri di monte e grandi querce, segue con andamento parallelo il muro del confine sud-occidentale (verso via Farnese); ad esso corrisponde un tratto simile, ma meno ampio, sul fronte opposto, ancora accompagnato da tigli, ippocastani, querce e aceri. I due vialetti laterali, con il concorso di altri tratti di viabilità, finiscono per incontrarsi nei pressi di un ingresso, chiuso da una cancellata, all’estremo opposto del parco rispetto alla Reggia. Lungo i vialetti e intorno al parterre si incontrano alcuni cartelli e cartellini che segnalano una serie di alberature legate a un percorso botanico allestito a cura degli Amici del Giardino Storico di Colorno dopo la recente sistemazione del parco (nell’occasione è stato realizzato un pieghevole in collaborazione con la Pro Loco di Colorno).

Nel corso dei secoli la Reggia di Colorno ha visto succedersi momenti di particolare splendore e altri meno luminosi o di declino, in collegamento con il succedersi delle dinastie e altri eventi della scena storica italiana. Come per molte altre dimore storiche, l’origine è legata alla presenza di una struttura difensiva appartenuta nel ’300 ai Da Correggio. Nel secolo successivo il feudo passò ai Sanseverino, che avviarono la trasformazione della rocca militare in residenza signorile. Su parte della riserva di caccia che affiancava la rocca prese forma un primo giardino, realizzato secondo i canoni del giardino all’italiana, con siepi formali, aiuole fiorite, vasi di agrumi e altre piante da frutto. Verso la fine del ’500 la marchesa Barbara Sanseverino (1550-1612) fece della residenza una corte di stile rinascimentale, con incontri di letterati e artisti, e arricchì il giardino con labirinti verdi e una peschiera. Dopo la morte della marchesa, fatta giustiziare nel 1612, insieme ad altri nobili parmensi, dal duca Ranuccio I Farnese dopo che era stata scoperta una congiura per assassinarlo, il feudo di Colorno entrò a far parte dei beni dei Farnese. Trascorso un periodo di oblìo, durante il quale alcune preziose opere d’arte, tra cui quadri di Tiziano e altri artisti, furono trasferite in altre dimore dei Farnese, nella seconda metà del ’600 Ranuccio II Farnese (1630-1694) avviò una radicale trasformazione del complesso. L’opera venne completata dal figlio Francesco Farnese (1678-1727), con la collaborazione dell’architetto Ferdinando Galli, detto il Bibiena, e l’intervento finale dell’architetto e scultore carrarese Giuliano Mozzani. Nel 1719, con l’aggiunta delle parti sommitali delle torri angolari e della balaustra arredata da grandi statue, il nuovo palazzo ducale assunse l’aspetto attuale. I rifacimenti interessarono anche l’area verde, che arrivò a un’estensione di quattro chilometri di lunghezza, suddivisi in una parte più formale, una porzione campestre e un’ampia zona dedicata alla caccia. Nei pressi dell’edificio il giardino si arricchì di grandi fontane con gruppi scultorei in marmo scolpite da Mozzani e alimentate con le acque derivate dal vicino torrente Lorno, in base a un progetto dell’ingegnere idraulico francese Jean Baillieu, che creò anche una “grotta incantata”con figure mitologiche mosse dalle acque; le condutture furono però danneggiate nel 1734 e in seguito le fontane non vennero più rimesse in funzione (una delle sculture, il Trianon, oggi orna l’isola del laghetto del Parco Ducale di Parma, mentre un’altra, dedicata a Proserpina, si trova in Inghilterra, nel parco di Waddesdon Manor).
La successione tra i Farnese e i Borbone (l’ultimo duca era morto senza eredi) causò alcuni decenni di stallo e un ulteriore trasferimento di opere d’arte (parte di esse sono oggi conservate presso il museo napoletano di Capodimonte, perché il primo Borbone a ottenere il ducato di Parma, nel 1731, fu Carlo, in seguito re di Napoli e Sicilia e più tardi di Spagna). Dieci anni dopo il ducato passò al fratello di Carlo, Filippo (1720-1765), che diede origine al ramo dei Borbone Parma. Nel 1749 Filippo e la moglie Luisa Elisabetta, detta Babette, figlia di Luigi XV, incaricarono l’architetto Ennemond Alexandre Petitot di arricchire di decorazioni gli interni del palazzo e ridisegnare il giardino secondo lo stile francese. Nel volgere di pochi anni fu realizzato un grande parterre con aiuole fiorite, dal quale partivano tre viali rettilinei che si prolungavano per quasi quattro chilometri sino all’estremità del parco. Fu probabilmente il periodo in cui l’intero complesso raggiunse il suo massimo splendore. Divenuto proprietà del Regno di Francia, in epoca napoleonica il palazzo divenne “Palazzo Imperiale”. Dopo la caduta di Napoleone, alla moglie Maria Luigia d’Austria (1791-1847) venne assegnato in vitalizio il Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla. Anche Colorno fece parte dei suoi possedimenti e Maria Luigia decise di trasformare parte del giardino in un bosco romantico all’inglese. A partire dal 1816, secondo le indicazione del giardiniere Carlo Barvitius, formatosi alla corte degli Asburgo, furono rimodellate le linee geometriche esistenti, inseriti elementi naturalistici come il “laghetto dell’amore”, aggiunte nuove specie ornamentali e modificate le serre. Dopo l’Unità d’Italia la Reggia divenne proprietà dei Savoia, che trasferirono altrove tutte le sue collezioni d’arte e poi la cedettero al Demanio dello Stato, dal quale fu rivenduta nel 1871 alla Provincia di Parma. Per circa un secolo fu sede del manicomio provinciale, mentre il vasto giardino subì un inesorabile declino, soprattutto negli anni della seconda guerra mondiale, quando Colorno fu soggetta a pesanti bombardamenti e molte piante vennero abbattute per necessità. Una volta chiusa la struttura ospedaliera, la Provincia di Parma ha avviato un progetto di recupero e valorizzazione del complesso storico. Nel 1990 è stato aperto al pubblico il Piano Nobile della Reggia, che dal 1995 è divenuto sede di esposizioni internazionali; anche il giardino ha recuperato parte della sua imponenza grazie alla ricostruzione, basata sui disegni originali, del parterre alla francese, inaugurato nel 2000, delle gallerie di carpini e del laghetto romantico ottocentesco.