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Parma (PR)
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Il grande parco (20,9 ettari) si apre al visitatore che vi accede attraverso il ponte Verdi con l’imponente étoile alberata di platani e ippocastani: i larghi viali disposti a raggiera che a nord raggiungono il Palazzo Ducale e le Serre Comunali e a sud il Palazzetto Eucherio Sanvitale e la Serra degli Aranci, e la lunga prospettiva del viale centrale che, fiancheggiato dalle simmetriche “sale” alberate di tigli e ippocastani e da boschetti densi di querce, carpini e olmi, si chiude a ovest di fronte alla Fontana del Trianon sull’isolotto della grande peschiera. Un insieme ordinato e ricco che conserva ancora i caratteri formali del giardino settecentesco, sui quali si è depositata col tempo un’atmosfera vagamente romantica, che ha parzialmente velato le geometrie volute dall’architetto francese Petitot, così come gli scenari, e statue, gli oggetti d’arredo ancora presenti, conferendo al luogo un’immagine più vicina ai giardini pubblici ottocenteschi, con esemplari arborei liberi di crescere, boschetti, prati e grandi viali. Un importante restauro realizzato in anni recenti ha introdotto con grande discrezione elementi estetici e tecnologici (illuminazione, irrigazione, cestini, fontanelle e panchine) che hanno migliorato la fruibilità e la sicurezza della bella area verde. Tra i vari tipi di arredi convivono moderne panchine molto lunghe, con doghe in legno, e altre più antiche in marmo bianco senza schienale con piedi ricciuti. I sentieri sono delimitati da cordoli in ferro e realizzati in calcestre. Grazie alle dimensioni e agli oltre tre chilometri di viali alberati, il parco è da secoli il polmone verde della città e ospitano più di 1500 esemplari arborei, di età media molto avanzata, che vengono costantemente monitorati, tra i quali spiccano veri e propri giganti verdi che superano i duecento anni di età. Le specie più vetuste e maggiormente diffuse sono ippocastano, platano e tiglio, ma nel ricchissimo patrimonio arboreo del parco sono ben presenti anche olmo campestre, acero campestre, acero riccio, carpino bianco e farnia.

Varcata l’ampia cancellata, in corrispondenza del ponte Verdi sul Parma, il giardino si mostra subito in tutta la sua monumentalità. Dall’étoile, la piazza circolare definita dai platani più grandi del parco e vero fulcro di percorsi e visuali, si apre un ventaglio di sette viali, di cui sei alberati con ippocastani e quello di accesso da platani; verso nord, oltre due ampie aree prative, la piazza dà risalto al Palazzo Ducale, un lungo edificio, con due ali laterali sporgenti sul fronte, la cui facciata è solo in parte nascosta da una decina di grandi e rigogliose magnolie sempreverdi (la prima da ovest, dal portamento policormico, con diametro di 81 cm).
La maggior parte dei platani dell’étoile, veri e propri monumenti verdi, risalgono all’epoca di Maria Luigia: i più vecchi superano i 170 anni d’età, con diametri intorno al metro e mezzo, ma il più grande supera i due metri. Gli ippocastani, che in lunghi filari fiancheggiano i viali che si dipartono dell’étoile, sono insieme ai tigli gli alberi più numerosi del parco; come specie erano presenti lungo il viale principale al centro del parco fin dal primo impianto, a metà del ’700, e gli esemplari venuti a mancare sono stati nel tempo rimpiazzati da nuovi alberi della stessa specie (i più grandi hanno diametri che si avvicinano al metro o lo superano di poco).
Lungo il viale centrale, vero asse del giardino, procedendo in direzione ovest si allineano in maniera simmetrica verso nord e verso sud radure e “sale” o “stanze verdi” verdi caratterizzate da elementi scultorei e particolari impianti vegetali. Subito si incontrano due “stanze” che hanno al centro vasi, disegnati da Petitot, su piedistalli con decorazioni a conchiglia dello scultore Jean Baptiste Boudard. Nelle vicinanze della stanza più a nord si trovano la serra limonaia e le vasche della giardineria comunale, costruite agli inizi del ’900; nell’area di pertinenza, circondata da un’alta siepe formale di carpino bianco e acero campestre, cresce qualche albero da frutto; verso l’accesso al viale perimetrale sono collocate copie delle statue di Venere e Apollo (1754-1755). La zona è dominata da alcune grandi farnie: una, con una grossa carie al colletto e una branca potata, raggiunge i 134 cm di diametro; altre due arrivano a 115 e 130 cm.
In questa parte settentrionale del giardino, dal Palazzo Ducale inizia un viale di tigli, di sera illuminato da lampioni, che fiancheggia un tratto sopravvissuto delle mura cinquecentesche demolite ai primi del ’900: nel ’700 le mura sostenevano un viale alberato sopraelevato, la cosiddetta terrasse, di cui resta ancora il parapetto. Anche nella “stanza” a sud, tra carpini bianchi, aceri campestri e un pioppo cipressino, spiccano diverse grandi farnie dal bel portamento, con potenti tronchi ramificati molto in alto e diametri dai 120 ai 137 cm; tra di esse spicca un acero campestre (diametro 66 cm), abbastanza grande per la specie.
A queste prime “stanze” seguono le ampie “sale di ippocastani”, che hanno grandi vasi con anse a testa d’ariete al centro di impianti regolari di questa specie arborea. I gruppi simmetrici di ippocastani sono alternati a quinconce di tigli (vale a dire con una disposizione a scacchiera in serie di cinque). Nel cuore del giardino è presente un piccolo chiosco novecentesco, oggi adibito a bar. In questa zona più aperta l’illuminazione serale e notturna è garantita da grandi fari infissi nel terreno. In corrispondenza delle “sale di ippocastani”, verso il viale perimetrale a nord, sorge il grande edificio del Teatro al Parco, caratteristico esempio di architettura degli anni ’30, costruito nel 1939 da Gino Robuschi in sostituzione di un tratto di antiche mura, che nacque come padiglione dell’Ente Fiere e venne poi adibito a teatro.
Proseguendo lungo il viale centrale, si incontrano due zone caratterizzate dalla presenza di boschetti tutti racchiusi da palissade di tigli, con siepi di carpino bianco e acero campestre. Quella più a nord, denominata “Boschetto d’Arcadia”, fu progettata da Petitot nel 1729 in occasione delle nozze di Ferdinando di Borbone e Maria Amalia d’Austria; in posizione leggermente rilevata si trova un tempietto in forma di rovina, che è tra le prime bizzarrie di questo tipo nel giardino settecentesco italiano, e al centro della radura risalta il calco di Sileno ed Egle, il bel gruppo scultoreo in marmo di Carrara di Jean Baptiste Boudard (questo spazio fu lo scenario per rappresentazioni arcadiche e gare di poesia). Dal punto di vista botanico la sala è caratterizzata dalle querce: numerose farnie dal bel portamento, con potenti fusti colonnari che si ramificano in orizzontale solo a diversi metri da terra (i diametri vanno dai 125 ai 150 cm), ombreggiano in cerchio la radura. Nei pressi del Tempietto d’Arcadia crescono anche un vecchio olmo (diametro 72 cm) e, ormai vicino alla peschiera, un ippocastano dallo strano portamento a candelabro, con una bassa impalcatura a cinque grosse branche. La corrispondente zona sul lato opposto del viale centrale, sempre compresa tra alte siepi di carpino bianco e acero campestre, è caratterizzata da piccole e dense formazioni boscate con acero riccio, corniolo, tiglio, orniello e olmo. Anche qui emergono diverse grandi farnie, con diametri dai 112 ai 136 cm, ma anche un olmo (diametro 99 cm), un carpino bianco (diametro 78 cm) e un tiglio (diametro 82 cm). A queste ultime “stanze” si accede dai viali perimetrali, con gli ingressi ornati dalle statue di Flora, Zefiro, Arianna e Bacco (sempre di Boudard).
Due magnolie, tra i rari esempi di specie sempreverdi nel parco, segnano il termine del viale centrale alla peschiera, proprio di fronte alla rigogliosa isoletta dove è collocata la fontana del Trianon. Sull’isola, a fare da sfondo alla fontana, è cresciuto un pittoresco boschetto dove si distinguono le chiome di un grande cipresso calvo e di giovani frassini, querce e ippocastani; nell’acqua nuotano carpe giganti e si muovono i germani.
All’estremità ovest del giardino un’ultima fascia di aiuole regolari affianca la peschiera e in mezzo al parterre centrale spicca il Grand Vase, anch’esso opera di Boudard ed eseguito su disegno di Petitot. Un ultimo viale alberato di tigli sottolinea il confine del parco e conduce agli ingressi di viale Pasini a nord e piazzale Santa Croce a sud; quest’ultimo esibisce la cancellata monumentale disegnata da Petitot e in seguita adornata con il monogramma di Maria Luigia.
Proprio accanto all’uscita verso piazzale Santa Croce spicca un grande olmo (diametro 92 cm), mentre tornando verso la peschiera si intersecano altre piccole formazioni boscate, sempre delimitate da alte siepi di carpino bianco e acero campestre: quella di sinistra è costituita da un boschetto di olmi (uno con diametro di 105 cm) e aceri campestri (uno con diametro di 69 cm); verso l’uscita sul viale che circonda la peschiera risalta una farnia (diametro 120 cm). Nella formazione di destra, insieme a olmi e aceri ricci, si notano un’altra farnia (diametro 132 cm) e un carpino bianco (diametro 63 cm).
Percorrendo il viale perimetrale meridionale, anch’esso ombreggiato da un lunghissimo filare di annosi tigli, si torna lentamente verso l’étoile e prima di raggiungerla si incontra l’elegante Palazzetto Eucherio Sanvitale, gioiello dell’architettura rinascimentale con due eleganti loggette e quattro torri angolari. Il casino è contornato da arbusti di crespino e buddleja, da un albicocco, un albero di Giuda, una sofora assai sofferente e, sul fronte orientale, da un gelso, una farnia (diametro 102 cm) e un bagolaro (diametro 67 cm). Nelle vicinanze, oltre il viale di tigli verso sud, è situata un’area giochi per bambini e, poco oltre, si trovano le Serre degli Aranci, realizzate nel ’700 per il ricovero degli agrumi: oggi l’edificio ospita un bar-ristorante con gradevole cortile interno. Poco oltre si raggiunge l’arco di uscita che dà su via dei Farnese.

L’area del parco, un tempo compresa entro la cinta muraria cittadina, nel medioevo apparteneva in gran parte al complesso conventuale di San Michele degli Umiliati o del Bosco, che la utilizzava a orto e frutteto. Subì le prime trasformazioni all’epoca di Bernabò Visconti, quando nel 1356 venne realizzata una “Rocchetta” a difesa della testata occidentale del ponte di Galeria, sostituito ai primi del ’900, un po’ più a valle, dall’odierno ponte Verdi, in corrispondenza di un’altra fortificazione realizzata a difesa della testata orientale. La zona, descritta nei documenti antichi come ricca di acqua e di verde, fu ulteriormente modificata da Galeazzo Maria Sforza che a partire dal 1471 vi realizzò il castello di Cò di Ponte, collegato da rivellino e camminamenti fortificati alla Rocchetta e quindi alla sponda occidentale, dove oggi sorge il Palazzo della Pilotta. Nei pressi di queste fortificazioni esisteva un’altra costruzione, sicuramente antecedente al 1532, il palazzetto denominato “Casino”, intitolato all’ultimo proprietario prima dei Farnese, monsignor Eucherio Sanvitale, che aveva funzioni non difensive ma di villeggiatura. Nel 1561 il Casino e gli orti furono venduti da Eucherio Sanvitale al duca Ottavio Farnese (1524-1586) fu, che avviò il progetto per la realizzazione, sulla riva occidentale del torrente Parma, di un vasto complesso degno di una nobile corte cinquecentesca, con un grande giardino per gli svaghi di palazzo. Tutta l’area venne rapidamente trasformata: il castello fu trasformato nel magnifico Palazzo Ducale (1561-64), probabilmente con l’intervento del Vignola, e il monastero degli Umiliati venne abbattuto, mentre venne conservato il palazzetto di Eucherio Sanvitale, un edificio del primo Cinquecento di bella architettura emiliano-lombarda. L’impianto del giardino farnesiano venne realizzato secondo le classiche regole del giardino all’italiana dell’epoca, con siepi di rosmarino e mirto, pergolati, frutteti e moltissimi agrumi in vaso, ricoverati durante l’inverno in capanni riscaldati. Una grande peschiera e numerosi boschetti rifornivano la corte ducale di pesce fresco e selvaggina. L’ampio bacino fu fatto realizzare dal duca Ranuccio II (1630-1694), che nel 1690 vi fece rappresentare una naumachia per festeggiare le nozze del primogenito Odoardo con la figlia dell’Elettore Palatino.
L’estinzione della casata dei Farnese nel 1731 portò al totale degrado del giardino: nel 1745, durante la guerra con gli austriaci e la prolungata occupazione da parte delle truppe nemiche, gli alberi d’alto fusto vennero abbattuti per rifornire di legna da ardere l’accampamento dell’esercito austriaco. A metà del ’700, con l’arrivo di Filippo di Borbone (1720-1765), Parma riacquistò il rango di capitale e un progetto di rifacimento del parco fu commissionato al giovane architetto francese Ennemond Alexandre Petitot, che nel 1767 portò a compimento la realizzazione del suo progetto, di un elegante classicismo alla francese. L’impianto propose una divisione in tre settori principali, tutti con funzioni di rappresentanza e celebrazione della corte borbonica. Al tempo dei Borbone Parma il giardino si arricchì di abbellimenti architettonici, nuove prospettive e sculture, realizzate da Jean Baptiste Boudard e Pierre Costant, e raggiunse il massimo splendore nel 1769, quando ospitò i grandi e scenografici festeggiamenti per il matrimonio tra il duca Ferdinando (1751-1802) e Maria Amalia d’Austria.
Dal 1814 al 1847, anno della sua morte, Maria Luigia d’Asburgo, già moglie di Napoleone, fu duchessa di Parma e Piacenza e, pur risiedendo in prevalenza a Sala Baganza e Colorno, dove trasformò i parchi secondo il gusto inglese, apportò anche al Palazzo Ducale di Parma e al suo giardino alcuni miglioramenti: nel giardino, in particolare, molto trascurato durante la dominazione napoleonica, volle l’inserimento di alcuni spazi all’inglese. In questo periodo venne ampliato il jardin fruitiers et potagers nella zona retrostante il palazzo con un impianto di stampo inglese e costruito il foro boario (1837), realizzate l’orangerie (nel 1840; poi demolita nel 1905 per permettere l’ingresso sul lato est) e le serre, creato il giardino per la coltivazione dei fiori, costruita l’abitazione del capo giardiniere. Nel tempo il giardino e alcune strutture assunsero sempre più la caratteristica di spazi pubblici, soprattutto in occasione di visite botaniche e manifestazioni.
Dopo l’Unità d’Italia, l’area verde venne ceduta nel 1865 al Comune di Parma e il parco venne ufficialmente aperto alla cittadinanza nel 1886. Per assecondarne la funzione pubblica, nel 1907 furono abbattute le vecchie mura cittadine e sostituite da inferriate; vennero anche aperti nuovi ingressi, in particolare quello principale verso il centro della città, per il quale si realizzò appositamente il nuovo ponte oggi intitolato a Giuseppe Verdi. Furono aggiunti nuovi arredi: panchine, fontanelle, segnaletica, chioschetti, lampioni a gas e poi elettrici; molte sculture settecentesche furono diversamente collocate. Agli inizi del ’900 la fontana del Trianon, realizzata da Giuliano Mozzani per il giardino della Reggia di Colorno agli inizi del ’700, fu posata nell’isolotto della peschiera. Il parco rinnovato ospitò molte manifestazioni espositive e celebrative, tra cui la mostra agricola allestita nel 1913 per il centenario della nascita di Giuseppe Verdi.
La scarsa manutenzione e gli usi impropri di alcune zone, proseguiti per anni verso la fine del ’900, hanno accelerato il degrado del parco, che all’inizio di questo secolo è stato sottoposto a un completo restauro, che ha interessato il verde, la pavimentazione, le opere d’arte e le architetture sotto la sorveglianza di un comitato scientifico internazionale, prendendo come riferimento l’impianto settecentesco alla francese disegnato da Petitot, che per quanto degradato e in parte alterato era giunto alle soglie del XXI secolo.