Via San Mamolo
Bologna (BO)
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È una delle aree verdi più ampie e gradevoli di Bologna, a breve distanza dal centro ma già immersa in un ambiente collinare che alle reminiscenze storiche unisce emergenze paesaggistiche e naturali di rilievo. Nel nome ricorda gli ultimi proprietari privati, in particolare Alessandro Ghigi (1875-1970), personaggio di spicco del mondo scientifico e accademico bolognese e antesignano della protezione della natura in Italia. Nel parco, che si estende nell’appartata valletta del rio Fontane, sono ancora ben riconoscibili i vecchi appezzamenti della tenuta, segnati da filari di alberi da frutto, ai quali fanno da cornice lembi di querceto, pioppi e ontani lungo il rio e, nei pressi della villa, un boschetto ornamentale. Il notevole patrimonio botanico, che offre una ricca rassegna delle fioriture spontanee della collina, comprende un gruppo di faggi piantato a fine Ottocento e maestosi esemplari arborei sia autoctoni sia esotici. Teatro di un’intensa attività di educazione ambientale sin dal 1982, il parco è oggi curato dalla Fondazione Villa Ghigi secondo un piano di restauro, arricchimento e rilancio che comprende anche interessanti esperienze educative e culturali all’aria aperta.

Il ricco patrimonio botanico del parco comprende notevoli esemplari arborei che appartengono alla flora spontanea dell’Appennino, ma anche a specie ornamentali riconducibili al gusto ottocentesco per le rarità botaniche. Nel parco sono attualmente presenti più di 3.500 esemplari arborei di un centinaio di specie diverse. Per la sua varietà e la buona naturalità il parco è un luogo rappresentativo del paesaggio collinare bolognese, del quale consente di cogliere in uno spazio limitato aspetti anche molto diversi. La prima impressione è cambia a seconda dell’accesso utilizzato. Quello di via San Mamolo conduce nel fondo stretto e ombroso della valletta e solo più avanti la vista può aprirsi. L’accesso più alto, invece, offre un’immediata visione d’insieme del territorio, con le porzioni boscate, la villa, le case coloniche, le vigne e i prati alberati che scendono verso il rio nascosto dalla vegetazione e, sullo sfondo, la città e la pianura. Si tratta di un paesaggio di particolare armonia e gradevolezza, che muta in modo sorprendente a seconda delle stagioni. Una caratteristica peculiare sono le lunghe cavedagne fiancheggiate da alberi da frutto, spesso di antiche cultivar oggi non più utilizzate, che rappresentano un importante patrimonio storico e genetico (susini, kaki, ciliegi, meli, peri, fichi, azzeruoli, mandorli, ecc.). Numerosi sono anche gli alberi da frutto sparsi nei prati, in qualche caso residui di vecchie piantate, dove erano utilizzati come sostegno delle viti. A completare il paesaggio contribuiscono un paio di vigneti. La villa, una tipica residenza signorile di collina per la villeggiatura estiva e la gestione della tenuta, è affiancata dalla piccola casa del custode. Sul retro della villa, a farle da cornice, si estende un rigoglioso giardino ornamentale, con sempreverdi, tigli e grandi aceri campestri, percorso da una rete di vialetti e sentieri rifiniti in gesso e arenaria dove compaiono vecchie sedute in pietra. Nei pressi della villa è presente una tradizionale ghiacciaia.
Nella porzione orientale del parco, a poca distanza dalla villa, un fitto bosco, al quale si accede solo con visite guidate, ricopre lo scosceso pendio. Dopo alcuni curiosi esemplari esotici e qualche ippocastano, si raggiunge un gruppo di una trentina di faggi, che hanno ormai raggiunto cospicue dimensioni e si rinnovano in modo spontaneo. Poco più in basso, sparsi un po’ dovunque, sono numerosi i carpini neri, tipici dei querceti collinari mesofili, come del resto quasi tutte le specie arbustive ed erbacee del sottobosco. Risalendo verso i cipressi e il filare di mandorli della parte più alta del parco si possono osservare la villa, il giardino ornamentale e il bosco da un punto di vista insolito. Tutto il parco, peraltro, è di grande interesse, per i notevoli panorami sulla città, la ricchezza e la varietà di uccelli e altri animali, le belle fioriture primaverili ed estive (anemoni, erba trinità, isopiro comune, tulipano dei campi, tulipano occhio di sole, narciso, varie orchidee spontanee tra cui Orchis simia, Anacamptis pyramidalis e Gymnadenia conopsea.

Della villa, da tempo in abbandono, si hanno notizie a partire dal ’600, anche se l’epoca di costruzione di un primo edificio nobiliare è sicuramente più antica. Per quasi tutto il secolo appartenne alla nobile e potente famiglia Malvezzi, che aveva altre possedimenti nella comunità di Gaibola. Nel 1691 la villa fu ceduta a un mercante e in seguito, attraverso un matrimonio, passò ai conti Cavalca, che ne rimasero proprietari sino all’epoca napoleonica. Ai Cavalca o, secondo alcuni, ai proprietari ottocenteschi si deve il sobrio ed elegante aspetto attuale della villa, con l’aggiunta della loggia al piano terra e della facciata principale all’edificio originario. Dopo altri passaggi di proprietà la villa e la tenuta furono acquistate nel 1840 dalla famiglia Dozza e nel 1874 dall’avvocato Callisto Ghigi, che arricchì la tenuta di alberi e arbusti rari. Uno dei suoi figli fu il naturalista Alessandro, nel 1922 docente di zoologia e nel 1930 rettore dell’Università di Bologna. Nel parco coltivò la sua passione per colombi e uccelli esotici, facendo predisporre numerose voliere (quasi tutte scomparse o demolite). Alla fine degli anni ’60 donò la parte più naturale della tenuta, allora composta da cinque poderi, al Comune di Bologna, pur continuando a risiedere nella villa, e alla sua morte gli eredi cedettero la villa e buona parte della tenuta, che venne aperta al pubblico nel 1975.