Via di Casaglia, 3
Bologna (BO)
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Il parco (6,7 ettari) si estende all’estremità della stretta dorsale tra rio Meloncello e torrente Ravone, a ridosso di via Saragozza, e fa da contorno alla bella villa in stile neoclassico fatta costruire dai marchesi Zambeccari alla fine del ’700. Il progetto dell’edificio è attribuito a Giovanni Battista Martinetti, che disegnò anche il piccolo giardino all’italiana. Il parco, aperto al pubblico negli anni settanta del secolo scorso, comprende, oltre agli spazi ornamentali intorno all’edificio, un ampio settore in passato destinato a uso agricolo e oggi in gran parte trasformato in prato, oltre ad alcuni lembi boscati di aspetto più naturale. Dai punti più elevati si godono begli scorci sui colli e sul centro storico, incorniciato dalle chiome dei tanti sempreverdi, in buona parte mediterranei, che crescono nel parco (lecci, cipressi, cedri, tassi, allori, pini domestici e marittimi, corbezzoli, ulivi, alaterni). Nella porzione subito a destra dell’ingresso principale, cresce un interessate lembo di bosco con specie tipiche della collina.

Il parco, esposto in prevalenza a est, si estende sul versante sinistro del Ravone. La villa, dalla quale occorre salire un poco per raggiungere la parte più pianeggiante e panoramica del parco, come altre era nata per trascorrere brevi periodi di vacanza a poca distanza dalla città e contemporaneamente sovrintendere ai poderi circostanti. Nei vialetti e nelle quinte verdi intorno all’edificio dominano i sempreverdi, soprattutto cedri e tassi, ma nella porzione più a giardino prevalgono le specie mediterranee: gruppi di lecci e cipressi, siepi di lauroceraso e laurotino, boschetti di pini domestici e marittimi (nei quali compaiono anche ulivo, alloro, corbezzolo e alaterno). Salendo oltre la villa la situazione cambia visibilmente e prevalgono le specie caducifoglie, sia ornamentali che autoctone. I versanti della valletta del Ravone, ben esposti e non eccessivamente pendenti, erano tradizionalmente coltivati a cereali o destinati al pascolo, mentre sul fronte meno assolato, dove crescono alcune grandi roverelle, un boschetto di querce forniva legname per uso agricolo e domestico e ghiande per l’allevamento dei maiali. Sino all’ultimo dopoguerra i terreni erano ancora coltivati e rimangono ancora sparsi esemplari di nespolo, mandorlo, melograno, melo cotogno e noce che ricordano i vecchi filari di alberi da frutto lungo gli appezzamenti. La zona dove si estendevano i coltivi è oggi occupata in prevalenza da una vasta area prativa, dalla quale si godono notevoli panorami sulla città, che in primavera e in estate si arricchisce di fioriture a volte inaspettate (tra cui quelle di alcune orchidee spontanee). Molto suggestivo è anche il lato nord-occidentale del parco, che si incontra proseguendo verso destra dopo l’ingresso principale: una zona piuttosto ombrosa e fresca, con diversi piacevoli angoli per la sosta. Oltre alle sparse roverelle, testimoni della passata vegetazione spontanea, si è sviluppato un interessante boschetto nel quale, accanto ad arbusti ornamentali, crescono acero campestre, orniello, carpino nero, biancospino, ciavardello e un sottobosco quasi naturale con asparago selvatico, coronilla e altre specie tipiche della collina bolognese. Le sistemazioni seguite all’acquisizione pubblica hanno portato all’inserimento di nuove specie nelle siepi di confine e lungo le vecchie cavedagne (cerro, frassino maggiore, carpino nero, pioppo bianco, ontano napoletano, acero di monte, acero campestre); sono stati introdotti anche arbusti ornamentali dalle vistose fioriture (siepi di lillà, filari di alberi di Giuda, lagerstroemie, magnolie, maggiociondoli, ibischi, forsizie, ginestre).
Villa Spada ospita uno dei rari esempi bolognesi di giardino all’italiana, realizzato tuttavia in un’epoca nella quale in Europa già si era affermato il giardino all’inglese. Il piccolo giardino, che si allunga sul fronte posteriore della villa ed è stato oggetto di un attento restauro verso la fine del secolo scorso, si richiama nelle linee essenziali a modelli rinascimentali e barocchi, con prevalenza di piante sempreverdi ed elementi decorativi come scalinate, statue e fontane. Una terrazza collegata al secondo piano della villa permette di accedere direttamente alla parte alta del giardino e incamminarsi verso il tempietto, dal quale si ha la visuale migliore per abbracciare tutta l’area e la facciata posteriore della villa. Nelle vicinanze si trova un monumento dedicato a 128 partigiane cadute durante la Resistenza, realizzato negli anni ’70 del secolo scorso in collaborazione con le scuole.

La villa venne costruita verso la fine del ’700 nel luogo di un precedente edificio, di aspetto completamente diverso, denominato Casino Zambeccari e dotato di accesso su via di Casaglia (l’edificio è chiaramente raffigurato in una mappa del 1774, che nelle immediate vicinanze riporta altre residenze estive di facoltose famiglie bolognesi). Nella tenuta degli Zambeccari, conosciuta anche come “luogo di Ravone” (dal nome del vicino torrente). La villa attuale, di cui non si conosce la data esatta di costruzione, è stata in passato legata al nome di vari progettisti ma oggi sembra certo che il marchese Jacopo Zambeccari (che morì nel 1795) abbia affidato l’incarico al giovane ma già molto stimato architetto Giovanni Battista Martinetti (1764-1830), una figura importante nella storia dei giardini bolognesi, al quale si devono la sistemazione della Montagnola e dell’Orto Botanico ai primi dell’Ottocento. Insieme alla villa neoclassica, più ampia e diversamente disposta rispetto al precedente edificio, Martinetti progettò, sul fianco della collina, un piccolo giardino all’italiana, sfruttando la naturale pendenza del terreno per enfatizzare la struttura a terrazze, con aiuole delimitate da siepi di bosso. Nel giardino trovarono posto grandi vasi di terracotta con alberelli di arancio e limone e numerose sculture di Giacomo De Maria (1762-1838) e altri (di quelle originali rimane solo l’imponente statua in marogna di Ercole). La villa restò agli Zambeccari sino al 1811 e, dopo un paio di cambi di proprietà, nel 1820 venne acquistata dalla marchesa di Beaufort, moglie del principe romano Clemente Spada Veralli (lo stemma degli Spada campeggia sulla facciata meridionale della villa). La nuova proprietà, oltre a completare la trasformazione della villa, acquisì i vicini possedimenti di Sant’Alò lungo via Saragozza, ampliando il parco e arricchendolo di nuove piante secondo il gusto romantico dell’epoca. Nel maggio del 1849 nella villa venne stabilito il quartier generale austriaco: la tradizione vuole che il cappellano garibaldino padre Ugo Bassi e Giovanni Livraghi, catturati dagli Austriaci a Comacchio dopo la caduta della Repubblica Romana, siano stati tenuti per una notte prigionieri nella torretta neomedievale del parco prima di essere fucilati, l’8 agosto, lungo il portico che dal Meloncello conduce alla Certosa. Nella seconda metà dell’Ottocento la villa fu acquistata dal noto tenore bolognese Antonio Poggi e vi abitò anche un principe turco. Negli anni ’20 del secolo scorso la proprietà passò alla famiglia Pisa, alla quale si deve l’apertura dell’odierno ingresso su via Saragozza; i Pisa, di origine ebraica, ne tornarono in possesso nel dopoguerra. Nel corso degli anni ’60, la villa e il parco furono acquistati dal Comune di Bologna e aperti al pubblico all’inizio del decennio successivo.