Via Castiglione, 136
Bologna (BO)
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È il più noto e frequentato parco pubblico bolognese (26 ettari). Fu realizzato, tra il 1875 e il 1879, su progetto del piemontese Sambuy, per dotare Bologna di un grande spazio verde pubblico sull’esempio di quanto già stava avvenendo nelle maggiori città italiane ed europee. Il parco venne inaugurato il 6 luglio 1879, con il nome di Passeggio Regina Margherita, in omaggio alla moglie di Umberto I, divenuto re l’anno precedente. Ancora oggi conserva buona parte dell’assetto originario, vagamente ispirato ai parchi romantici inglesi, con ampi viali alberati, un laghetto contornato da scogliere in gesso, vaste superfici a prato, boschetti di querce e altri angoli più naturali, un corredo di notevoli esemplari arborei in prevalenza esotici (cedri, pini, ippocastani, platani, cipressi calvi, qualche farnia, una sequoia). Una curiosità, sul lato meridionale del laghetto, è il breve tratto all’aperto dell’antichissimo canale di Savena (1176), una delle vie d’acqua che caratterizzavano la Bologna di un tempo.

Il parco ideato dal Sambuy, chiaramente ispirato ai parchi paesaggistici inglesi ma arricchito da elementi decorativi tipicamente italiani, era un’area da visitare a piedi ma anche, secondo l’abitudine borghese del “passeggio”, in carrozza e a cavallo. Nel disegno complessivo il parco attuale non si discosta troppo dal progetto originario. Lo sviluppo della viabilità, ad esempio, è più o meno lo stesso, con lo stradone, un tempo in ghiaia e ora in asfalto, che disegna una sorta di doppio anello intersecato da vialetti e sentieri. Agli ingressi principali vennero poste belle cancellate in ferro, su progetto dello stesso Sambuy, che disegnò anche le panchine. Molto lacunose sono, tuttavia, le informazioni sulla prima disposizione delle piante e sulle specie impiegate (per un incendio sono andati perduti i carteggi allegati alle sedute comunali del 1885, quando furono eseguite buona parte delle piantagioni). Dai documenti degli anni successivi pare che nel parco fossero numerosi i sempreverdi, soprattutto abeti, e le specie esotiche (platani, salici piangenti, pini, ippocastani, catalpe). Alle prime piantagioni si possono far risalire il boschetto di querce che ancora cresce tra il laghetto e la scuola primaria “Fortuzzi”, il bosco di lecci prossimo all’edificio scolastico, le grandi farnie isolate in vari punti del parco (che per le dimensioni potrebbero persino essere preesistenti), alcuni cedri, i cipressi calvi sulle rive dello specchio d’acqua, una grande sequoia, un notevole esemplare di maclura. Il cuore del parco era, come oggi, il grazioso laghetto circondato dalla vegetazione, sul quale era possibile andare in barca. La zona compresa tra via Castiglione e la chiesa di Santa Maria della Misericordia era già allora adibita a vivaio e abitazione di un giardiniere-custode (la più vecchia delle serre comunali risale all’epoca dei primi impianti). Negli odierni Giardini Margherita i grandi viali, asfaltati nel dopoguerra, isolano aree a prato anche molto estese, spesso attraversate da sentieri che collegano la viabilità principale con le zone dove si può giocare o dedicarsi a pratiche sportive. Nella disposizione degli alberi, sia all’interno che lungo i bordi dei prati, si ritrova il più delle volte un disegno a gruppi e boschetti di piante della stessa specie, spesso con un’alternanza di sempreverdi e caducifoglie. Uno dei motivi di interesse del parco, che ha una presenza complessivamente piuttosto scarsa di specie autoctone, è la bella collezione di piante esotiche, dai nomi spesso stravaganti, con fiori e frutti altrettanto singolari (sterculia, albero del sapone, albero dei tulipani, albero del paternostro, maonia, deuzia, spirea, ginkgo, ecc.). La specie che oggi più caratterizza i Giardini Margherita, per la sua larga diffusione su tutta la superficie, è sicuramente l’ippocastano, ma numerosi sono anche platani, noci neri, sofore del Giappone, spini di Giuda, tigli, pini e cedri. Le macchie di cespugli, invece, sono poche e le siepi, tutte monospecifiche, sono localizzate quasi esclusivamente lungo il perimetro esterno.
L’aspetto complessivo del parco, tuttavia, per quanto ancora gradevole e dotato di gradevoli scorci paesaggistici, come nella migliore tradizione ottocentesca, è stato visibilmente condizionato, nel suo quasi secolo e mezzo di vita, dal costante flusso di visitatori, dalle tante modifiche sopravvenute nel corso del tempo e dalle innumerevoli attività e manifestazioni che in modo temporaneo e permanente vi hanno avuto luogo e che tuttora lo caratterizzano in modo determinante.


I Giardini Margherita sono tuttora il principale parco pubblico della città, molto amato da generazioni di bolognesi, e un episodio significativo della stagione che dalla seconda metà dell’Ottocento vide la nascita, negli Stati Uniti e poi in Europa, di ampie aree verdi di corredo all’espansione urbana. Il parco venne realizzato nei terreni agricoli a ridosso della cinta muraria, entro la quale Bologna era ancora in larga parte racchiusa, anche se dopo l’Unità d’Italia si avvertivano i sintomi dell’imminente sviluppo industriale e la fisionomia urbanistica della città si accingeva a cambiare (le mura cittadine furono quasi del tutto abbattute nei primi anni del ’900, secondo le direttive del piano regolatore del 1889). Dell’esigenza di un grande parco pubblico si fece portavoce per primo il sindaco Carlo Pepoli nel 1862 ma l’acquisto dei terreni venne perfezionato solo nel 1874. Nello stesso anno il sindaco Gaetano Tacconi affidò il progetto a Ernesto Balbo Bertone di Sambuy (1837-1909), che in qualità di soprintendente ai giardini pubblici di Torino, insieme al direttore Marcellino Roda, aveva promosso numerosi importanti interventi tra cui l’ampliamento del Parco del Valentino. Nel 1875 iniziarono i lavori, che su suggerimento dello stesso Sambuy furono curati da Giuseppe Roda, fratello di Marcellino (i due fratelli, spesso in collaborazione tra loro, furono molto attivi nei giardini piemontesi, tra cui quello di Racconigi). Quando il parco venne aperto al pubblico, l’accoglienza da parte dei bolognesi fu subito molto favorevole, per l’aspetto romantico, le considerevoli dimensioni e la bellezza degli scorci sulle colline, ancora pressoché prive di costruzioni. Nove anni più tardi il parco venne chiuso per circa un anno e riaperto al pubblico il 6 maggio 1888, nella giornata inaugurale dell’Esposizione Emiliana, di gran lunga la più importante manifestazione che ha ospitato, che aveva lo scopo di documentare le tradizioni e i progressi di Bologna e della regione in campo agricolo, industriale e artistico (coincise anche con le celebrazioni dell’ottavo centenario dell’università). Per l’occasione nel parco furono costruiti, su progetto di Filippo Buriani, diversi padiglioni dalle gradevoli architetture e venne predisposto un collegamento mediante tram a vapore con il convento di San Michele in Bosco, dove trovò posto la sezione dedicata alle belle arti. L’esposizione, visitata da mezzo milione di persone, causò tuttavia qualche danno al parco, per l’edificazione e il successivo smantellamento dei padiglioni (rimasero soltanto uno chalet sul laghetto e la grande fontana poi trasferita alla Montagnola). In seguito il parco fu altre volte teatro di importanti manifestazioni e nuovi edifici si aggiunsero ai pochi rimasti dopo l’esposizione. Un café-restaurant in legno, distrutto da un incendio, fu sostituito a cavallo del secolo dall’odierna palazzina di piazzale Jacchia (opera di Edoardo Collamarini). Nel 1917 venne inaugurata la scuola all’aperto “Ferdinando Fortuzzi”.
Dal 1932 nel grande prato oltre il lago si susseguirono i concorsi ippici e in occasione della IV Mostra Nazionale dell’Agricoltura (1935), che portò una nuova invasione di padiglioni, il vecchio chalet sul lago, ormai in abbandono, venne sostituito con l’attuale (opera di Melchiorre Bega). Durante la Repubblica di Salò il monumento equestre a Vittorio Emanuele II venne trasferito da piazza Maggiore nel parco. Negli anni immediatamente successivi alla guerra il parco venne utilizzato per feste di organizzazioni politiche, concerti e altre manifestazioni culturali e sportive. Dagli anni ’50 i giardini furono sede di un campo solare per ospitare i bambini bolognesi durante l’estate, di un centro ricreativo e di una frequentata biblioteca per ragazzi, oltre che di un piccolo zoo nei pressi delle Serre Comunali (definitivamente smantellato a metà degli anni ’80 nell’ambito di un complessivo riordino del parco).