FONTE
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AutoreSallustio
Titolo operaHistoriarum reliquiae
Anno35 a.C.
Periodoetà delle guerre civili
EpocaRepubblicano
Noteed.: P. Frassineti, L. Di Salvo (a cura di), Opere di Caio Sallustio Crispo, Torino 1991 (trad. dei curatori).
PASSO
LocalizzazioneI, fr. 20
Testo originaleCitra Padum omnibus lex Licinia grata fuit.
TraduzioneAl di qua del Po la legge Licinia scontentò tutti.
Note95 a.C. La Lex Licinia puniva chiunque professasse di avere la cittadinanza romana senza averne documentazione, colpendo soprattutto i cittadini di diritto latino e gli alleati della costa adriatica e della pianura padana.
PASSO
LocalizzazioneII, fr. 98
Testo originale(Epistula Cn. Pompei ad senatum). [1] «Si adversus vos patriamque et deos penatis tot labores et pericula suscepissem, quotiens a prima adulescentia ductu meo scelestissimi hostes fusi et vobis salus quaesita est, nihil amplius in absentem me statuissetis, quam adhuc agitis, patres conscripti, quem contra aetatem proiectum ad bellum saevissimum cum exercitu optime merito, quantum est in vobis, fame, miserrima omnium morte, confecistis. [2] Hacine spe populus Romanus liberos suos ad bellum misit? Haec sunt praemia pro volneribus et totiens ob rem publicam fuso sanguine? Fessus scribendo mittendoque legatos, omnis opes et spes privatas meas consumpsi, cum interim a vobis per triennium vix annuus sumptus datus est. [3] Per deos inmortalis, utrum censetis me vicem aerari praestare an exercitum sine frumento et stipendio habere posse?
[4] Equidem fateor me ad hoc bellum maiore studio quam consilio profectum, quippe qui, nomine modo imperi a vobis accepto, diebus quadraginta exercitum paravi hostisque in cervicibus iam Italiae agentis ab Alpibus in Hispaniam summovi. Per eas iter aliud atque Hannibal, nobis opportunius, patefeci. [5] Recepi Galliam, Pyrenaeum, Lacetaniam, Indigetis, et primum inpetum Sertorii victoris, novis militibus et multo paucioribus, sustinui, hiememque castris inter saevissimos hostis, non per oppida neque ex ambitione mea egi. [6] Quid deinde proelia aut expeditiones hibernas, oppida excisa aut recepta enumerem, quando res plus valet quam verba? Castra hostium apud Sucronem capta et proelium apud flumen Turiam et dux hostium C. Herennius cum urbe Valentia et exercitu deleti satis Clara vobis sunt. Pro quis, o grati patres, egestatem et famem redditis. [7] Itaque meo et hostium exercitui par condicio est; namque stipendium neutri datur, victor uterque in Italiam venire potest.
[8] Quod ego vos moneo quaesoque ut animadvertatis neu cogatis necessitatibus privatim mihi consulere. [9] Hispaniam citeriorem, quae non ab hostibus tenetur, nos aut Sertorius ad internecionem vastavimus, praeter maritumas civitates: ultro nobis sumptui onerique. Gallia superiore anno Metelli exercitum stipendio frumentoque aluit et nunc, malis fructibus, ipsa vix agitat. Ego non rem familiarem modo, verum etiam fidem consumpsi. [10] Reliqui vos estis: qui, nisi subvenitis, invito et praedicente me, exercitus hinc et cum eo omne bellum Hispaniae in Italiam transgredientur».
Hae litterae principio sequentis anni recitatae in senatu. Sed consules decretas a patribus provincias inter se paravere: Cotta Galliam citeriorem habuit, Ciliciam Octavius. Dein proxumi consules, L. Lucullus et M. Cotta, litteris nuntiisque Pompei graviter perculsi, cum summae rei gratia tum ne, exercitu in Italiam deducto, neque laus sua neque dignitas esset, omni modo stipendium et supplementum paravere, adnitente maxime nobilitate, cuius plerique iam tum lingua ferociam suam et dieta factis sequebantur.

Traduzione(Epistola di Gneo Pompeo al senato) [1] «Se per combattere contro di voi, contro la patria e gli dèi Penati io avessi sopportato tutte le fatiche e i pericoli attraverso i quali, fin dalla prima giovinezza, guidai i miei soldati alla disfatta dei vostri peggiori nemici ed alla tutela della vostra sicurezza, non avreste preso contro me lontano decisioni più gravi di quelle che tuttora state meditando, o senatori; invero, dopo avermi gettato, nonostante la giovane età, in una guerra terribile alla testa di un esercito benemerito, mi avete condannato, per quanto sta in voi, alla più miserevole di tutte le morti, la fame. [2] Con questa prospettiva, dunque, il popolo romano inviò i suoi figli alla guerra? Sono queste le ricompense delle ferite e del sangue tante volte versato per la patria? Stanco di scrivere e di inviare ambascerie, ho esaurito tutte le mie sostanze e il mio credito personale mentre voi, in tre anni, mi avete fornito appena i mezzi di sussistenza per uno. [3] In nome degli dèi immortali, pensate forse che io possa sostenere le veci dell'erario e mantenere un esercito senza viveri e senza paga?
[4] Confesso francamente di essermi imbarcato in questa guerra con più entusiasmo che riflessione: ricevuta da voi soltanto la nomina a generale, in quaranta giorni ho arruolato un esercito e ho ricacciato dalle Alpi in Ispagna il nemico che già sovrastava l'Italia: aprendomi attraverso le Alpi una strada diversa da quella di Annibale e più comoda per noi. [5] Ho riconquistato la Gallia, i Pirenei, la Lacetania [area di Manresa], gli Indigeti [Catalogna settentrionale]: ho sostenuto con reclute molto inferiori di numero il primo urto di Sertorio vincitore: ed ho svernato al campo fra nemici temibilissimi, non in città per acquistarmi il favore dei soldati. [6] A che scopo, ora, rammentarvi le mie battaglie e le spedizioni invernali, le città distrutte o riconquistate, dal momento che i fatti contano più delle parole? Vi sono ben note e la conquista degli accampamenti nemici presso il Sucrone e la battaglia del Turia e la disfatta del generale nemico Gaio Herennio, annientato con la città di Valentia e il suo esercito. In cambio di ciò, o senatori riconoscenti, mi procurate miseria e fame! [7] In tal guisa il mio esercito e quello nemico si trovano nelle identiche condizioni: nessuno dei due riceve la paga ed entrambi, se vittoriosi, possono arrivare in Italia.
[8] Vi consiglio e vi prego di meditare tutto ciò e di non costringermi a provvedere da solo alle mie cose, sotto la spinta della necessità. [9] La Spagna Citeriore non occupata dal nemico è stata totalmente devastata da me e da Sertorio, eccezion fatta per le città costiere: ma esse, più che altro, rappresentano per noi un aggravio di spesa. Lo scorso anno la Gallia [Citeriore] ha fornito paga e viveri all'armata di Metello, ed ora, data la scarsità del raccolto, provvede appena a se stessa. Io, poi, ho dato fine non solo ai miei beni ma anche al mio credito personale. [10] Mi restate voi soli: se non mi aiuterete, contro ogni mia volontà il mio esercito e tutta la guerra di Spagna trasmigreranno da qui in Italia».
La lettera di cui sopra fu letta in senato nei primi giorni dell'anno successivo. Ma i consoli si accordarono riguardo alle province stabilite dal senato: Cotta ebbe la Gallia Citeriore, Ottavio la Cilicia. Successivamente i nuovi consoli, Lucio Lucullo e Marco Cotta, profondamente scossi dal messaggio e dalle notizie di Pompeo, nell'intento di giovare alla patria e nel timore che la loro fama e dignità venisse lesa dalla ritirata dell'esercito in Italia, apprestarono con ogni mezzo paga e rinforzi: la spinta veniva soprattutto dai nobili, la maggioranza dei quali già allora assecondava con le parole la propria tracotanza e le parole con i fatti.

NoteAutunno 75 a.C. Pompeo sta combattendo in Spagna contro Sertorio ma è in difficoltà per mancanza di mezzi e viveri. Sembra che per valicare le Alpi Pompeo sia passato per il Monginevro, mentre Annibale fosse passato per il Piccolo San Bernardo. Sertorio batté Pompeo a Saguntum nel 76 a.C.: le battaglie citate da Pompeo, avvenute nell'area di Valencia, furono di minore importanza. I consoli citati sono quelli del 75 a.C. (G. Aurelio Cotta e L. Ottavio) e del 74 a.C. (M. Aurelio Cotta e L. Licinio Lucullo).
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Data2012
NomeAssorati G.

ultima modifica: 05/08/2012
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