loc. Pieve del Tho
Brisighella
struttura con attestazione di reimpieghi
edificio con materiali antichi di spoglio
ambito culturale romano
sec. IX d.C. (edificio) - età romana e bizantina (materiale di reimpiego)
La Pieve romanica di San Giovanni in Ottavo, o del Thò, mostra nella sua denominazione un riferimento diretto all’ottavo miglio della strada romana che congiungeva Faenza con Firenze percorrendo la valle del Lamone (via Faventina), documentata dall'Itinerario Antonino. L’edificio viene menzionato nei documenti a partire dal X secolo, ma è stato forse preceduto da un insediamento romano, come sembrerebbero testimoniare i materiali di spoglio inglobati nelle strutture architettoniche e nei paramenti murari. Fra essi si segnalano frammenti di epigrafi, un certo numero di capitelli in parte rilavorati (dal I sec. a.C. al V-VI sec. d.C.), alcune basi di colonne, una colonna in marmo rosa di Verona e otto in granito orientale. Di notevole importanza è quella che reimpiega un miliario che celebra gli imperatori Valente, Graziano, Valentiniano II, generalmente attribuito al percorso della via Faventina, anche se taluni lo pongono in relazione alla via Emilia.

Sono stati condotti scavi tra il 1951 e il 1967 e nel 1980 i quali hanno rivelato e indagato diverse tracce e recuperato materiali archeologici databili fra l’età romana e il medioevo (oggetti conservati in loco), quindi anche cronologicamente precedenti il primitivo edificio di culto cristiano. In particolare, i resti romani sembrerebbero riferirsi a un insediamento rustico (forse una villa urbano-rustica) come sarebbe indiziato dal rinvenimento di alcuni dolia fra i diversi materiali recuperati. Al di sotto dell'abside attuale venne rimessa alla luce la cripta a oratorio della fase romanica della pieve (fine XI - inizi XII sec.) di cui rimangono solo tracce nel pavimento dei pilastrini che sorreggevano la copertura, altri ambienti relativi alla cripta e al campanile, tombe alla cappuccina e a fossa comune, riferibili a un sepolcreto prediale di età tardo-antica e altre strutture murarie di ambienti sotterranei, in cui si notò l'uso di materiali edilizi di reimpiego. La loro interpretazione è controversa e secondo alcuni non prova una diretta continuità topografica e di culto fra la pieve e i resti di origine romana. Anche il pozzo con drenaggio messo in luce sotto la navata centrale, variamente interpretato da taluni come piccolo forno o fornace e da altri come "celletta per cure termali", è stato recentemente identificato come pozzetto per la gettata di campane.
Si segnala inoltre il rinvenimento, durante gli scavi, di frammenti di anfore, di ceramica a vernice nera, un frammento di vasetto fittile tronco-conico per fornace, di una lucerna a canale aperto con bollo CRESCES, un balsamario fittile a corpo fusiforme ed alto piede, un architrave in arenaria.