FONTE
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AutoreAusonius
Titolo operaEpistulae
Anno390/394 ca. d.C.
Periodoetà dei teodosidi
EpocaTarda Antichità
Noteed.: A. Pastorino (a cura di), Opere di Decimo Magno Ausonio, Torino 1971 (trad. del curatore).
PASSO
LocalizzazioneXXI
Testo originaleAusonius Paulino
Quanto me affecit beneficio non delata equidem, sed suscepta querimonia mea, Pauline fili! Veritus displicuisse oleum quod miseras, munus iterasti: addito etiam Barcinonensis muriae condimento cumulatius praestitisti. Scis autem me id nomen muriae, quod in usu vulgi est, nec solere nec posse dicere, cum scientissimi veterum et Graeca vocabula fastidientes Latinum in gari appellatione non habeant. Sed ego, quocumque nomine liquor iste sociorum vocatur,
iam patinas implebo meas, ut parcior ille / maiorum mensis applaria sucus inundet.
Quid autem tam amabile tamque hospitale, quam quod tu, <ut> me participes, delicias tuas in ipsa primitiarum novitate defrudas? O melle dulcior, o Gratiarum venustate festivior, o ab omnibus patrio stringende complexu! Sed haec atque alia huiusmodi documenta liberalis animi aliquis fortasse et aliquando, quamvis rarus: illud de epistularum tuarum eruditione, de poematis iucunditate, de inventione et concinnatione, iuro omnia nulli umquam imitabile futurum, etsi fateatur imitandum. De quo opusculo, ut iubes, faciam. Exquisitim universa limabo et quamvis per te manus summa contigerit, caelum superfluae expolitionis adhibebo, magis ut tibi paream, quam ut perfectis aliquid adiciam. Interea tamen, ne sine corollario poetico tabellarius tuus rediret, paucis iambicis praeludendum putavi, dum illud, quod a me heroico metro desideras, incohatur. Isti tamen, ita te et Hesperium salvos habeam, quod spatio lucubratiunculae unius effusi, quamquam hoc ipsi de se probabunt, tamen nihil diligentiae ulterioris habuerunt. Vale.
Iambe Parthis et Cydonum spiculis, / iambe pinnis alitum velocior, / Padi ruentis impetu torrentior, / magna sonorae grandinis vi densior, / flammis corusci fulguris vibratior, / iam nunc per auras Persei talaribus / petasoque ditis Arcados vectus vola / Si vera fama est, Hippocrene, quam pedis / pulsu citatam cornipes fudit fremens, / tu fonte in ipso procreatus Pegasi, / primus novorum metra iunxisti pedum, / idemque, Musis concinentibus novem, / caedem in draconis concitasti Delium. / Fer hanc salutem praepes et volucripes / Paulini ad usque moenia, Ebromagum loquor, / et protinus, iam si resumptis viribus / alacri refecti corporis motu viget, / salvere iussum mox reposce mutuum. / Nihil moreris iamque, dum loquor, redi, / imitatus illum stirpis auctorem tuae, / triplici furentem qui Chimaeram incendio / supervolavit tutus igne proximo. / Dic: "<te> valere", dic: "salvere te iubet / amicus et vicinus et fautor tuus, / honoris auctor, altor ingeni tui". / Dic et magister, dic parens, dic omnia / blanda atque sancta caritatis nomina / haveque dicto dic vale actutum et redi. / Quod si rogabit, quid super scriptis novis / maturus aevi nec rudis diiudicem, / nescire dices, sed paratum iam fore / heroicorum versuum plenum essedum. / Cui subiugabo de molarum ambagibus, / qui machinali saxa volvunt pondere, / tripedes caballos terga ruptos verbere, / his ut vehantur tres sodales nuntii. / Fors et rogabit, quos sodales dixeris / simul venire: dic: "trinodem dactylum / vidi paratum crucianti cantherio: / spondeus illi lentipes ibat comes, / paribus moratur qui locis cursum meum, / mihique similis, semper adversus tamen, / nec par nec impar, qui trochaeus dicitur". / Haec fare cursim nec moratus pervola, /
aliquid reportans interim munusculi / de largitate musici promptarii.

TraduzioneAusonio a Paolino
Gran profitto per me, Paolino, figlio mio, una lamentela, che io non ti mossi, ma che tu hai supposto! Nel timore che l'olio che mi avevi mandato non fosse stato di mio gusto, hai replicato il dono, con l'aggiunta in più di un condimento di salamoia di Barcellona, perché la tua generosità fosse più completa. Ma tu sai che codesto nome di salamoia, che è dell'uso volgare, non mi è né abituale né sopportabile, dal momento che i più colti fra i nostri antichi, anche i più ostili ai grecismi, non han trovato un termine latino per designare il 'garum'. Ma sia quel che sia il nome di codesto 'liquore degli alleati',
io riempirò i miei piatti tanto che codesta salsa, d'uso eccessivamente parsimonioso alla mensa dei nostri antenati, inondi i miei cucchiai.
Ma che pensiero veramente gentile e quale generosità l'esserti privato, per farmene parte, di queste cose succulente che hanno per di più la novità delle primizie! Amico più dolce del miele, più leggiadro delle Grazie bellissime, degno di essere abbracciato con affetto paterno da tutti quanti! Ma queste e simili prove di liberalità si possono riscontrare, talvolta, forse anche in altri, sempre però in via eccezionale; invece la dottrina delle tue lettere, la dolcezza delle tue poesie, la loro originalità, la loro composizione son cose che non potranno mai essere imitate, lo giuro, da nessuno, anche se tutti diranno che son degnissime d'imitazione. Per la tua operetta farò quanto mi chiedi. Limerò tutto quanto con diligenza e, quantunque tu v'abbia posto l'ultima mano, cercherò di usare, ma inutilmente, il cesello della lima, più per obbedirti che per aggiungere qualcosa a ciò che è già perfetto. Nel frattempo, ad ogni modo, perché il tuo messaggero non torni senza un donativo di versi, ho creduto mio dovere mandarti, come preludio, qualche giambo, prima di iniziare il verso eroico che tu desideri da me. Questi versi, te lo giuro per la vita tua e del mio Esperio, se pur non lo dimostreranno abbastanza chiaramente da sé, son stati tirati giù per la durata di una sola e brevissima veglia [=notte] e non sono stati per nulla rivisti da allora. Sta bene.
Giambo, più veloce delle frecce dei Parti e dei Cidoni, giambo, più rapido delle penne degli uccelli, più irruento dell'impeto travolgente del Po, più denso della pioggia torrenziale di grandine sonora, più brillante della fiamma corrusca del fulmine, vola, orsù, per l'aria trasportato dai talari di Perseo e dal petaso del dio d'Arcadia. Se è tradizione verace che Ippocrene zampillò sotto il colpo di zoccolo di un impaziente corsiero, tu, nato dalla fonte stessa di Pegaso, per primo hai congiunto i metri dei nuovi piedi e, mentre le nove Muse cantavano, hai eccitato il dio di Delo all'uccisione del serpente. Reca questo saluto coi tuoi veloci piedi alati fino alla dimora di Paolino, cioè fino ad Ebromago, e, se ha ripreso le forze e il suo corpo riposato ha ricuperato l'agilità dei movimenti, portagli in dono, il mio saluto, chiedendogli di renderlo. Non tardare e, mentre sono ancora qui che parlo, torna subito, dopo aver imitato l'esempio del fondatore della tua razza che, nel momento di maggior furore della Chimera, che vomitava triplici lingue di fuoco, le volò sopra, al riparo di una fiamma tanto vicina. Digli: «Sta bene», digli: «Salute a te da parte di un amico, di un tuo vicino, di un tuo protettore, al quale devi il consolato e il nutrimento del tuo spirito». Digli anche «maestro», digli «padre», digli ogni nome carezzevole e sacro all'affetto. Dopo avergli detto: «Ave», digli: «Addio» e torna subito indietro. Che se ti domanderà qual è il giudizio di un uomo maturo d'anni, quale io sono, e ricco d'esperienza, sui suoi ultimi scritti, gli dirai che ancora non ne sai nulla, ma che presto sarà pronto un carro pieno di versi eroici. Vi aggiogherò un paio di rozze zoppicanti da un piede, col dorso rotto dai colpi, sottratte alla monotona fatica di girare le mole del mulino, perché per mezzo loro siano trasportati i tuoi tre compagni, miei messaggeri. Forse vorrà sapere quali siano i compagni di cui tu annunci la venuta. Rispondi: «Ho visto il dattilo a tre parti, pronto per un cavallo sciancato; a lui compagno andava lo spondeo dal piede lento, che ai piedi pari ritarda la mia corsa; infine quello che si chiama trocheo, simile a me, ma sempre contrario, né pari, né impari». Questo digli, e, senza indugio, riprendi il tuo volo, non senza recarmi qualche piccolo dono dovuto alla generosità delle sue riserve poetiche.

NotePaolino è S. Paolino da Nola, console suffetto nel 379 d.C.
PASSO
LocalizzazioneXXV, 1-33
Testo originaleAd eundem cum ille ad alia magis responderet neque se venturum polliceretur.
Discutimus, Pauline, iugum, quod nota fovebat / temperies, leve quod positu et venerabile iunctis / tractabat paribus concordia mitis habenis; / quod per tam longam seriem volventibus annis / fabula non umquam, numquam querimonia movit, / [nulla querella loco pepulit, non ira nec error, / nec quae conpositis malesuada et credula causis / concinnat veri similes suspicio culpas; / tam placidum, tam mite iugum, quod utrique parentes / ad senium nostri traxere ab origine vitae / inpositumque piis heredibus usque manere / optarunt, dum longa dies dissolveret aevum. / Et mansit, dum laeta fides nec cura laborat / officii servare vices, set sponte feruntur / incustoditum sibi continuantia cursum. / Hoc tam mite iugum docili cervice subirent / Martis equi stabuloque feri Diomedis abacti / et qui mutatis ignoti Solis habenis / fulmineum Phaethonta Pado mersere iugales]. / Discutitur, Pauline, tamen: nec culpa duorum / ista, set unius tantum tua. Namque ego semper / contenta cervice feram. Consorte / laborum destituor nec tam promptum gestata duobus / unum deficiente pari perferre sodalem. / Non animus viresque labant; sed iniqua ferendo / condicio est oneri, cum manus utrumque relicto / ingruit acceduntque alienae pondera librae. /
Sic pars aegra hominis trahit ad contagia sanum / corpus et exigui quamvis discrimine membri / tota per innumeros artus conpago vacillat. / Obruar usque tamen, veteris ne desit amici / me durante fides memorique ut fixa sub aevo / restituant profugum — solacia cassa — sodalem.

TraduzioneAllo stesso Paolino che ha risposto a tutto ma non ha promesso di venire.
Scuotiamo, Paolino, il giogo che la nota moderazione rendeva facile e che, lieve da subire e degno di rispetto, era guidato con congiunte briglie da una dolce concordia. Per un lungo svolgersi d'anni non è mai stato scosso da una falsa diceria, mai da una lamentela, e nessun rimprovero, nessun moto d'ira, nessun errore e nemmeno il tristo consiglio di un sospetto, che crede a ipotetiche cause e inventa speciosi danni, son mai riusciti a toglierlo dal suo luogo. Era un giogo così tranquillo, così mite, che è stato sopportato da tuo padre e dal mio dall'inizio della loro vita fino alla vecchiaia ed essi l'hanno imposto sui loro pii eredi nella speranza che persistesse sino al giorno lontano della fine della loro esistenza. È durato, infatti, per tutto il tempo che ci ha sorriso l'amicizia e finché abbiamo osservato senza sforzo i doveri reciproci, che si susseguivano naturalmente, con spontaneità, in un corso ininterrotto. Un giogo così dolce sarebbe stato sopportato con docile collo dai cavalli di Marte, da quelli feroci che furono rubati dalle stalle di Diomede, e da quella muta che, condotta da un nuovo sole a lei ignoto, immerse nel Po Fetonte, colpito dal fulmine. È scosso, tuttavia, e la colpa non è reciproca, ma soltanto tua, Paolino. Per parte mia, lo sopporterò sempre con gioia sul mio collo. Sono abbandonato dal compagno delle mie fatiche e non è facile che, se viene a mancare il compagno, uno possa trascinare da solo quello che due hanno sopportato in comune. Non mi mancano né il coraggio né le forze, ma è grande la difficoltà nel sopportare un fardello quando tutto il peso grava su colui che rimane, di modo che al suo carico s'aggiunge il peso di quello altrui. Così una parte malata estende l'infezione in un corpo sano e, nonostante la piccolezza del punto colpito, tutto l'insieme vacilla nei suoi innumeri arti. Tuttavia, a costo di rimanere schiacciato, finché sarò in vita non verrà meno la fede verso un vecchio amico, affinché questo ricordo, ben saldo negli anni, mi renda, vana consolazione, il compagno che è fuggito.

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Data2011
NomeAssorati G.

data ultima modifica: 11/08/2011
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