FONTE
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AutoreAgostino
Titolo operaSermones
Anno432 ca. d.C.
Periodoetà dei teodosidi
EpocaTarda Antichità
Noteed.: A. Quacquarelli, M. Recchia (a cura di), Discorsi, vol. 5, Roma 1986 (trad.: M. Recchia).
PASSO
Localizzazione322
Testo originaleFeria tertia Paschae
[1] Hesterno die libellum promisimus Caritati vestrae, ubi de illo sanato audire etiam possitis, quae videre non potuistis. Si ergo placet Caritati vestrae, imo quia placere debet quod et mihi placet, ambo fratres stent in conspectu vestro: ut qui illum non viderant, in isto videant quid ille patiebatur. Stent ergo ambo, unus cui donata est gratia, et alter cui petenda est misericordia.
Exemplar libelli a Paulo dati Augustino episcopo.
[2] Rogo, domine beatissime papa Augustine, ut hunc libellum meum, quem ex praecepto tuo obtuli, sanctae plebi iubeas recitari. Cum adhuc in patria nostra Caesarea Cappadociae moraremur, frater noster natu maior gravibus atque intolerandis communem matrem affecit iniuriis, in tantum ut ei etiam manus non dubitaret inferre. Quod nos omnes filii pariter congregati patienter tulimus, ut ne verbum quidem fratri nostro pro matre nostra, cur hoc faceret, dixerimus. Illa autem feminei doloris stimulis incitata, iniuriosum filium maledicendo punire constituit. Cumque ad sacri Baptismatis fontem post gallorum cantus memorato filio suo iram Dei imprecatura properaret, tunc ei nescio quis in patrui nostri similitudine, ut intellegitur, daemon occurrit, et ab ea prior quo pergeret requisivit. Cui illa, ad maledicendum filio suo ob intolerabilem contumeliam se ire respondit. Tunc autem ille inimicus, quoniam in mulieris corde insaniente locum facile invenire potuit, ut omnibus malediceret persuasit. Illa autem vipereis inflammata consiliis, sacrum fontem provoluta corripuit, et sparsis crinibus nudatisque uberibus hoc a Deo potissimum postulavit, ut extorres patria et circumeuntes alienas terras, omne hominum genus nostro terreremus exemplo. Mox maternas preces efficax vindicta prosequitur, eumdemque continuo fratrem nostrum aetate culpaque maiorem tremor membrorum tantus invasit, quantum in me usque ante hoc triduum vestra Sanctitas vidit. Servato autem ordine, quo nati eramus, intra unum annum eadem nos poena omnes corripuit. Videns autem mater maledictiones suas ad tantam efficaciam pervenisse, impietatis suae conscientiam et opprobrium hominum diutius ferre non potuit: sed laqueo guttur astringens, luctuosam vitam termino funestiore conclusit. Egressi ergo nos omnes, opprobrium nostrum non ferentes, et communem patriam relinquentes passim sumus per diversa dispersi. Ex nobis autem omnibus decem fratribus, qui nascendi quoque ordine primum sequitur ad gloriosi martyris Laurentii memoriam, quae apud Ravennam nuper collocata est, sicut audivimus, meruit sanitatem. Ego autem qui nascendi ordine sum sextus illorum, cum hac sorore mea, quae me aetate subsequitur, ubicumque gentium, ubicumque terrarum loca esse sacra, in quibus operaretur Deus miracula, comperissem, magno desideratae sanitatis amore carpebam iter. Sed ut de caeteris celeberrimis sanctorum locis taceam, etiam ad Anconam, Italiae civitatem, ubi per gloriosissimum martyrem Stephanum multa miracula Dominus operatur, eadem circuitione perveni. Sed ideo alibi curari non potui, quia huic loco divina praedestinatione servabar. Nec Uzalim civitatem Africae praetermisi, ubi beatus martyr Stephanus magna praedicatur frequenter operari. Verumtamen ante hos tres menses, id est, calendarum ianuariarum die, tam ego quam soror mea, quae hic mecum est, eadem adhuc passione detenta, evidenti sumus visione commoniti. Ait enim mihi quidam aspectu clarus, et candido crine venerabilis, quod intra tertium mensem desiderata esset mihi sanitas adfutura. Sorori autem meae in visione Sanctitas tua in ea effigie, in qua te praesentes videmus, apparuit: per quod nobis significatum est, ad istum locum nos venire debuisse. Nam et ego Beatitudinem tuam saepius postea videbam per alias civitates in itinere, quo veniebamus, talem prorsus, qualem modo conspicio. Admoniti ergo evidenti auctoritate divina, ad hanc venimus civitatem ante dies ferme quindecim. Passionis meae vel oculi vestri testes sunt, vel miserabilis soror mea, quae ad eruditionem omnium, communis mali praebet exemplum: ut qui in illa qualis ego fuerim vident, in me quantum per Spiritum sanctum suum Dominus sit operatus, agnoscant. Orabam ego quotidie cum magnis lacrymis in loco ubi est memoria gloriosissimi martyris Stephani. Die autem dominico Paschae, sicut alii qui praesentes erant, viderunt, dum orans cum magno fletu cancellos teneo, subito cecidi. Alienatus autem a sensu, ubi fuerim nescio. Post paululum assurrexi, et illum tremorem in corpore meo non inveni. Huic itaque tanto Dei beneficio non ingratus, hunc libellum obtuli; in quo etiam quae de nostris calamitatibus / ignorabatis, et quod de mea incolumitate et salute cognovistis, exhibui: ut et pro mea sorore orare dignemini, et pro me agere Deo gratias.

TraduzioneMartedì dopo Pasqua.
[1] Ieri alla Carità vostra abbiamo promesso una relazione per cui vi si rende possibile ascoltare, sul caso dell'uomo guarito, quelle cose che non avete potuto cogliere con la vista. Perciò, se fa piacere alla Carità vostra, o meglio, deve piacere quello che piace anche a me, entrambi i fratelli si pongano davanti a voi: questo perché coloro che non avevano veduto il fratello sanato, possano notare nella sorella il morbo che egli ha sofferto. Si presentino, dunque, entrambi: l’uno cui è stata elargita la grazia e l'altra, per la quale bisogna implorare misericordia.
Relazione presentata da Paolo al vescovo Agostino
[2] Ti prego, signore felicissimo e padre Agostino, di voler proclamare alla santa assemblea questa mia relazione che, secondo il tuo ordine, ho presentato. Quando avevamo ancora residenza nella nostra patria, Cesarea di Cappadocia, il nostro fratello maggiore inveí con atroci e intollerabili ingiurie contro nostra madre, al punto di non esitare persino a colpirla con le proprie mani. Tal cosa fu tollerata con sopportazione da tutti noi altri figli riuniti insieme, così che al nostro fratello, sul perché del suo agire, non dicemmo neppure una parola a favore di nostra madre. Ma quella, ferita nella sua dignità femminile, sotto la spinta del dolore, decise di punire, maledicendo, il figlio che l'aveva oltraggiata. Dopo il canto del gallo, affrettandosi al fonte del sacro Battesimo, andò ad invocare l'ira di Dio sopra il figlio suddetto. Nelle sembianze di uno zio paterno, le si fece incontro non so chi, come s'intende, il demonio, e le domandò, per prima cosa, ove si recasse Quella gli rispose che andava a maledire suo figlio per un'intollerabile offesa ricevuta. Quel nemico, però, potendo allora trovar posto facilmente nell'animo sconvolto della donna, la convinse a maledire tutti i figli. E quella, tutta accesa dai velenosi consigli, prostratasi a terra, cinse con forza il sacro fonte, sciolti i capelli, nudatasi il petto, invocò da Dio soprattutto questo: che, raminghi dalla patria, andando in giro per terre straniere, incutessimo timore a chiunque, con il nostro esempio. Un pronto effetto tiene dietro alle materne invocazioni e immediatamente un forte tremito s'impadronì delle membra del nostro fratello più grande per età e colpa, quale in me la Santità vostra ha potuto vedere fino a tre giorni fa. Rispettando l'ordine secondo il quale eravamo nati, entro un solo anno, lo stesso castigo s'impossessò di noi tutti. La madre, invece, notando che le sue maledizioni avevano raggiunto tanta efficacia, non poté tollerare assai a lungo la consapevolezza della propria empietà e il biasimo degli uomini: legatasi al collo un nodo scorsoio, con una più funesta conclusione, pose fine alla sua vita lacrimevole. Di conseguenza, non tollerando il nostro disonore, tutti noi ci allontanammo, abbandonando la patria comune, e ci disperdemmo qua e là per luoghi diversi. Ma, dei dieci fratelli che noi siamo, quello che nell'ordine di nascita viene dopo il primo, come abbiamo saputo, meritò di riacquistare la salute presso una «Memoria» del beato martire Lorenzo, che si trova nei pressi di Ravenna. Io invece, sesto di loro secondo l'ordine di nascita, con questa mia sorella che, per età, mi segue, dopo aver appreso notizia dell'esistenza di luoghi sacri, nei quali Dio operasse miracoli presso qualsiasi popolo, in qualsiasi regione, mi mettevo in cammino con viva brama di tornare in salute. Ma, per tacere degli altri celebratissimi luoghi di santi, nel mio pellegrinare raggiunsi pure Ancona, città dell'Italia, dove il Signore opera molti miracoli per l'intercessione del gloriosissimo martire Stefano. Ma, in quanto ero riservato a questo luogo per divina predestinazione, non potei essere risanato altrove. Neppure trascurai Uzala, città dell'Africa, dove si rende noto che il beato martire Stefano vi opera di frequente grandi miracoli. Nondimeno, tre mesi fa, cioè il primo giorno di gennaio, sia io che mia sorella, che è qui con me ed è presa dallo stesso male, fummo avvertiti da una manifesta visione. Una persona, dal volto luminoso, venerabile nei bianchi capelli, mi disse infatti che, al compiersi di tre mesi, mi sarebbe stata apportata la desiderata guarigione. A mia sorella, invece, apparve in visione la Santità tua, in quell'aspetto nel quale noi qui presenti ti vediamo oggi. Con questo, ci venne dato a intendere che dovevamo venire in questo luogo. Attraverso altre città, lungo il percorso che qui ci conduceva, anch'io vedevo infatti assai spesso in seguito la Beatitudine tua, assolutamente tale quale ora io ravviso. Avvertiti perciò da un palese volere divino, siamo giunti in questa città da circa quindici giorni. Della mia sofferenza sono testimoni sia i vostri occhi, sia questa infelice sorella che, a insegnamento di tutti, mostra un esempio del male che ci ha colpiti insieme, cosi che quanti vedono in lei quale io sia stato, riconoscano quel che in me ha operato il Signore attraverso il suo Santo Spirito. Pregavo ogni giorno con lacrime copiose nel luogo dove è la «Memoria» del gloriosissimo martire Stefano. Ma, nella domenica di Pasqua, come hanno visto alcuni che erano presenti, mentre pregando in gran pianto mi tenevo ai cancelli, sa no caduto improvvisamente. D'altra parte, privo di sensi, non so dove mi sia trovato. Dopo breve tempo, mi son levato in piedi e non ho più avvertito tremito alcuno nel mio corpo. Pertanto, non ingrato di questo beneficio di Dio, ho presentato questa dichiarazione; in essa ho reso noti anche quei particolari sulle nostre sventure che voi ignoravate e ciò che avete conosciuto della mia guarigione e salute, affinché vi degnate di pregare per mia sorella e di rendere grazie a Dio per me.

Note21 aprile 421 d.C. o 13 aprile 426 d.C.
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Data2011
NomeAssorati G.

data ultima modifica: 08/08/2011
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