FONTE
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AutoreLattanzio
Titolo operaDe mortibus persecutorum
Anno315/320 ca. d.C.
Periodoetà costantiniana
EpocaTarda Antichità
Noteed.: F. Corsaro (ed.), Lucii Caecilii Firmiani Lactantii De mortibus persecutorum, Catania 1970 (trad. dell'editore).
PASSO
LocalizzazioneXVII, 1-3
Testo originale[1] Hoc igitur scelere perpetrato Diocletianus, cum iam felicitas ab eo recessisset, perrexit statim Romam, ut illic vicennalium diem celebraret, qui erat futurus a.d. XII Kalendas Decembres. [2] Quibus sollemnibus celebratis, cum libertatem populi Romani ferre non poterat, impatiens et aeger animi prorupit ex urbe impendentibus Kalendis Ianuariis, quibus illi nonus consulatus deferebatur. [3] Tredecim dies tolerare non potuit, ut Romae potius quam Ravennae procederet consul, sed profectus hieme, saeviente, frigore atque imbribus verberatus morbum levem at perpetuum traxit vexatusque per omne iter lectica plurimum vehebatur.
Traduzione[1] Dopo avere dunque perpetrato tale crimine [l'inizio della persecuzione anticristiana], Diocleziano, mentre la fortuna lo veniva abbandonando, si dirigeva subito verso Roma, per celebrare ivi il giorno dei Vicennali, che cadevano il 20 novembre. [2] E celebrata la festa, non potendo sopportare lo spirito di libertà del popolo romano, insofferente e malato nello spirito, uscì in tutta fretta dalla città, mentre si avvicinavano le calende di gennaio, nelle quali gli si doveva attribuire il nono consolato. [3] Non poté pazientare tredici giorni, onde essere eletto console a Roma piuttosto che a Ravenna, ma, partito in pieno inverno, sferzato dal freddo e dalle piogge, trasse un male lieve ma cronico e, malconcio, per lo più era trasportato in lettiga.
Note303-304 d.C.
PASSO
LocalizzazioneXXVI
Testo originale[1] Compositae ei res quodam modo iam videbantur, cum subito illi alius terror adlatus est, generum ipsius Maxentium Romae factum imperatorem. Cuius motus haec fuit causa. [2] Cum statuisset censibus institutis orbem terrae devorare, ad hanc usque prosiluit insaniam, ut ab hac captivitate ne populum quidem Romanum fieri vellet immunem. Ordinabantur iam censitores qui Roman missi describerent plebem. [3] Eodem fere tempore castra quoque praetoria sustulerat. Itaque milites pauci, qui Romae in castris relicti erant, opportunitatem nancti, occisis quibusdam iudicibus, non invito populo, qui erat concitatus, Maxentium purpuram induerant. [4] Quo nuntio adlato aliquantum rei novitate turbatus est nec tamen nimium territus. Et oderat hominem et tres Caesares facere non poterat. Satis visum est semel fecisse quod noluit. [5] Severum arcessit, hortatur ad recipiendum imperium, mittit eum cum exercitu Maximiani ad expugnandum Maxentium et mittit Romam, in qua milites illi summis deliciis saepissime excepti non modo salvam esse illam urbem, sed ibi vivere optarent. [6] Maxentius tanti facinoris sibi conscius, licet iure hereditatis paternos milites traducere ad se posset, cogitans tamen fieri posse ut Maximianus socer id ipsum metuens Severum in Illyrico relinqueret atque ipse cum suo exercitu ad se oppugnandum veniret, quaerebat quatenus se a periculo impendente muniret. [7] Patri suo post depositum imperium in Campania moranti purpuram mittit et bis Augustum nominat. Ille vero et rerum novarum cupidus et qui deposuerat invitus, libenter arripuit. [8] Severus interim vadit et ad muros Urbis armatus accedit. Statim milites sublatis signis abeunt et se contra quem venerant, tradunt. [9] Quid restabat deserto nisi fuga? Sed occurrebat iam resumpto imperio Maximianus, cuius adventu Ravennam confugit ibique se cum paucis militibus inclusit. [10] Qui cum videret futurum ut Maximiano traderetur, dedidit se ipse vestemque purpuream eidem a quo acceperat, reddidit. [11] Quo facto nihil aliud impetravit nisi bonam mortem. Nam venis eius incisis leniter mori coactus est [ab hoc capite suos persequi].
Traduzione[1] Gli sembrava che la situazione si fosse in certo qual modo stabilizzata, quando d'improvviso gli viene comunicata un'altra notizia allarmante: suo genero Massenzio era stato proclamato imperatore a Roma. La ragione di tale sommovimento fu questa. [2] Poiché (Galerio) decretò di divorare il mondo con l'istituzione del censimento, si spinse a tal punto di follia, da non volere che fosse immune da tale schiavitù neppure il popolo romano. Venivano già nominati i commissari che, inviati a Roma, avrebbero censito la popolazione. [3] Quasi nel medesimo tempo aveva pure soppresso gli alloggiamenti dei pretoriani. Allora un piccolo numero di soldati che erano rimasti a Roma negli alloggiamenti, colta l'occasione, uccisi alcuni magistrati, col concorso del popolo che si era sollevato, rivestirono Massenzio della porpora. [4] Essendogli stata recata questa notizia [l'acclamazione imperiale di Massenzio], [Galerio] rimase alquanto turbato per l'avvenimento inatteso, né tuttavia ne fu particolarmente atterrito. Egli odiava quell'uomo e non poteva eleggere tre Cesari. Gli parve già troppo aver fatto una volta ciò che non voleva. [5] Fa venire Severo, l'esorta a riconquistare l'impero, lo manda con l'esercito di Massimiano a sconfiggere Massenzio, lo spedisce a Roma: i soldati, che spessissimo erano stati accolti qui con grandi feste, avrebbero desiderato non solo che la città fosse salva, ma di stabilirvisi essi stessi. [6] Massenzio, consapevole della gravità della sua iniziativa, quantunque potesse per diritto di eredità far passare dalla sua parte i soldati, pensando tuttavia che poteva avvenire che il suocero Massimiano [Galerio] temendo ciò, lasciasse Severo nell'Illirico e venisse in persona col suo esercito ad attaccarlo, cercava come premunirsi del pericolo che gli incombeva. [7] Manda al padre suo, che dopo l'abdicazione dimorava in Campania, la porpora e lo nomina Augusto per la seconda volta. Quello invero, che era desideroso di novità e aveva abdicato contro voglia, l'accoglie ben volentieri. [8] Frattanto Severo si mette in marcia e si avvicina in armi alle mura della Città. Subito i soldati, innalzate le insegne, disertano e si consegnano contro il quale erano venuti a combattere. [9] Che cosa gli rimaneva dopo l'abbandono se non la fuga? Ma contro di lui marciava Massimiano che aveva ormai recuperato il potere; al cui arrivo [Severo] si ritirò a Ravenna e ivi si rinchiuse con pochi soldati. [10] Accorgendosi che stava per essere consegnato a Massimiano, si arrese spontaneamente e restituì la veste di porpora al medesimo, da cui l'aveva ricevuto. [11] Fatto ciò, niente altro cercò di ottenere se non una buona morte. Infatti, costretto a recidersi le vene, si spense lentamente.
Note307 d.C.
COMPILAZIONE
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Data2011
NomeAssorati G.

data ultima modifica: 11/07/2011
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