FONTE
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AutoreTacito
Titolo operaHistoriae
Anno100/105 ca. d.C.
Periodoetà degli imperatori adottivi
EpocaAlto Imperiale
Noteed.: A. Arici (a cura di), Storie, Dialogo degli Oratori, Germania, Agricola, Torino 1970 (trad. del curatore).
PASSO
LocalizzazioneII, 11-12.1
Testo originale(11) [1] Laeta interim Othoni principia belli, motis ad imperium eius e Dalmatia Pannoniaque exercitibus. Fuere quattuor legiones, e quibus bina milia praemissa; ipsae modicis intervallis sequebantur, septima a Galba conscripta, veteranae undecima ac tertia decima et praecipui fama quartadecumani, rebellione Britanniae compressa. Addiderat gloriam Nero eligendo ut potissimos, unde longa illis erga Neronem fides et erecta in Othonem studia. Sed quo plus virium ac roboris, e fiducia tarditas inerat. [2] Agmen legionum alae cohortesque praeveniebant. Et ex ipsa urbe haud spernenda manus, quinque praetoriae cohortes et equitum vexilla cum legione prima, ac deforme insuper auxilium, duo milia gladiatorum, sed per civilia arma etiam severis ducibus usurpatum. His copiis rector additus Annius Gallus, cum Vestricio Spurinna ad occupandas Padi ripas praemissus, quoniam prima consiliorum frustra ceciderant, transgresso iam Alpes Caecina, quem sisti intra Gallias posse speraverat. [3] Ipsum Othonem comitabantur speculatorum lecta corpora cum ceteris praetoriis cohortibus, veterani e praetorio, classicorum ingens numerus. Nec illi segne aut corruptum luxu iter, sed lorica ferrea usus est et ante signa pedes ire, horridus, incomptus famaeque dissimilis.
(12) [1] Blandiebatur coeptis fortuna, possessa per mare et naves maiore Italiae parte penitus usque ad initium maritimarum Alpium, quibus temptandis adgrediendaeque provinciae Narbonensi Suediurn Clementem, Antonium Novellum, Aemilium Pacensem duces dederat. Sed Pacensis per licentiam militum vinctus, Antonio Novello nulla auctoritas: Suedius Clemens ambitioso imperio regebat, ut adversus modestiam disciplinae corruptus, ita proeliorum avidus.

Traduzione(11) [1] Frattanto le prime azioni di guerra si svolgevano favorevoli ad Otone, essendosi mossi gli eserciti dalla Dalmazia e dalla Pannonia al comando di lui. Furono quattro legioni, da ciascuna delle quali vennero mandati innanzi duemila uomini; a brevi intervalli seguivano la settima arruolata da Galba, l'undecima e la decimaterza di formazione più antica, e la decimaquarta, più importante di tutte per fama, avendo represso la ribellione della Britannia. Aveva aggiunto loro gloria Nerone, scegliendoli come i migliori; di qui la lunga fedeltà verso Nerone e lo zelo in favore di Otone. Ma quanto più eran numerosi e forti, tanto maggiore lentezza derivava loro dalla fiducia in se stessi. [2] Le ali dei cavalieri e le coorti dei fanti precedevano la schiera delle legioni; e da Roma stessa veniva un manipolo non trascurabile, cinque coorti di pretoriani e la loro cavalleria colla prima legione e in più duemila gladiatori: aiuto non certo onorevole, ma durante le guerre civili adoperato anche da capi intransigenti. A queste milizie venne dato come capo Annio Gallo, spedito innanzi insieme a Vestricio Spurinna per occupare le rive del Po, dato che le prime misure erano cadute a vuoto, avendo già valicato le Alpi Cécina, che Otone aveva sperato potesse venir fermato entro il territorio delle Gallie. [3] Accompagnavano Otone corpi scelti di esploratori colle rimanenti coorti pretoriane, i veterani del pretorio ed un grandissimo numero di soldati di marina. Né la marcia di lui fu lenta o infamata da stravizi: egli camminò a piedi davanti alle insegne, indossando la corazza di ferro, colla barba ispida e i capelli non pettinati, ben diverso da come lo dipingeva la fama.
(12) [1] Arrideva alle sue imprese la fortuna. Per mezzo del mare e delle flotte [di Miseno e Ravenna], egli dominava la maggior parte dell'Italia e, nell'interno, fino ai piedi delle Alpi Marittime, ad affrontar le quali e ad assalire la provincia Narbonese aveva preposto Svedio Clemente, Antonio Novello, Emilio Pacense. Ma Pacense era stato messo in catene dai soldati turbolenti. Antonio Novello non aveva autorità alcuna; Svedio Clemente teneva il comando in modo da ingraziarsi la massa, tanto debole contro le infrazioni alla disciplina quanto smanioso di combattere.

NoteMarzo-aprile 69 d.C.
PASSO
LocalizzazioneII, 17.1
Testo originaleAperuerat iam Italiam bellumque transmiserat, ut supra memoravimus, ala Siliana, nullo apud quemquam Othonis favore, nec quia Vitellium mallent, sed longa pax ad omne servitium fregerat faciles occupantibus et melioribus incuriosos. Florentissimum Italiae latus, quantum inter Padum Alpesque camporum et urbium, armis Vitellii (namque et praemissae a Caecina cohortes advenerant) tenebatur.
TraduzioneCome abbiamo ricordato prima, l'ala Siliana aveva già aperto la via verso l'Italia e aveva trasferito qui la guerra, non perché qualcuno favorisse Otone né perché vi fossero preferenze verso Vitellio, ma la lunga pace aveva piegato a qualunque servitù gli uomini, arrendevoli verso gli occupanti senza chiedersi se fossero migliori dei precedenti. La regione più fiorente dell'Italia, cioè tutta la pianura e le città fra il Po e le Alpi, era tenuta dalle armi di Vitellio (poiché erano arrivate anche le coorti mandate innanzi da Cecina).
NoteAprile 69 d.C.
PASSO
LocalizzazioneII, 34-36.1
Testo originale(34) [1] Nihil eorum Vitellianos fallebat, crebris, ut in civili bello, transfugiis; et exploratores cura diversa sciscitandi sua non occultabant. Quieti intentique Caecina ac Valens, quando hostis imprudentia rueret, quod loco sapientiae est, alienam stultitiam opperiebantur, inchoato ponte transitum Padi simulantes adversus obpositam gladiatorum manum, ac ne ipsorum miles segne otium tereret. [2] Naves pari inter se spatio, validis utrimque trabibus conexae, adversum in flumen dirigebantur, iactis super ancoris, quae firmitatem pontis continerent, sed ancorarum funes non extenti fiuitabant, ut augescente flumine inoffensus ordo navium attolleretur. Claudebat pontem imposita turris et in extremam navem educta, unde tormentis ac machinis hostes propulsarentur. Othoniani in ripa turrim struxerant saxaque et faces iaculabantur.
(35) [1] Et erat insula amne medio, in quam gladiatores navibus molientes, Germani nando praelabebantur. Ac forte plures transgressos completis Liburnicis per promptissimos gladiatorum Macer adgreditur; sed neque ea constantia gladiatoribus ad proelia quae militibus, nec proinde nutantes e navibus quam stabili gradu e ripa volnera derigebant. [2] Et cum variis trepidantium inclinationibus mixti remiges propugnatoresque turbarentur, desilire in vada ultro Germani, retentare puppes, scandere foros aut comminus mergere; quae cuncta in oculis utriusque exercitus quanto laetiora Vitellianis, tanto acrius Othoniani causam auctoremque cladis detestabantur.
(36) [1] Et proelium quidem, abruptis quae supererant navibus, fuga diremptum: Macer ad exitium poscebatur, iamque volneratum eminus lancea strictis gladiis invaserant, cum intercursu tribunorum centurionumque protegitur.

Traduzione[1] Nulla di tutto ciò sfuggiva ai Vitelliani, essendo le diserzioni assai frequenti, come accade nella guerra civile; e gli esploratori, per informarsi sui fatti del nemico, non tenevano segreti i propri. Cecina e Valente, tranquilli e intenti a cogliere il momento in cui il nemico si sarebbe gettato ciecamente allo sbaraglio, attendevano la stoltezza altrui, il che può tener luogo di saggezza; e, fingendo di voler attraversare il Po per assalire la schiera dei gladiatori, che teneva la riva opposta avevano iniziato la costruzione di un ponte, anche perché i soldati non perdessero tempo nell'ozio e nell'inerzia. [2] Venivano spinte contro corrente, ad intervalli uguali, delle imbarcazioni, congiunte tra loro con solide travi a prora e a poppa; erano state gettate le ancore, ad assicurare la saldezza del ponte; ma i canapi ondeggiavano lenti, affinché la linea delle navi potesse venir sollevata da un eventuale crescere delle acque, senza scomporsi. Chiudeva il ponte una torre, spinta dalla riva e caricata sull'ultima nave; da quella, con baliste e catapulte, sarebbero stati ricacciati indietro i nemici. Gli Otoniani avevano costruito una torre sulla riva, e lanciavano sassi e fiaccole.
(35) [1] V'era nel mezzo del fiume un'isola, alla quale i gladiatori si sforzavano di arrivare colle barche, mentre i Germani vi giungevano facilmente a nuoto. E poiché di questi ne erano passati in maggior numero, Macro li assale con liburniche piene dei gladiatori più veloci: ma in battaglia questi non avevano la fermezza dei soldati e, barcollanti, dalle navi non dirigevano i colpi con la sicurezza con cui li vibravano quelli a piè fermo dalla riva. [2] E mentre, nelle varie oscillazioni causate dagli irrequieti, rematori e combattenti insieme commisti si scompigliavano, i Germani saltavano di slancio nei guadi, si afferravano alle poppe, salivano sulla tolda dei battelli o li sommergevano con le mani. Tutto ciò accadeva al cospetto dell'uno e dell'altro esercito, e quanto più se ne rallegravano i Vitelliani tanto più acerbamente imprecavano gli Otoniani contro la causa e l'autore del disastro.
(36) [1] E in verità la battaglia terminò con la fuga delle navi superstiti, tolte dalle mani dei Batavi: si voleva la morte di Macro, e, già ferito di lontano da una lancia, lo avevano aggredito con le spade in pugno, quando fu salvato dall'intervento di tribuni e di centurioni.

NoteAprile 69 d.C.
PASSO
LocalizzazioneII, 100
Testo originale[1] Caecina e complexu Vitellii multo cum honore digressus partem equitum ad occupandam Cremonam praemisit. Mox vexilla primae, quartae, quintae decumae, sextae decumae legionum, dein quinta et duoetvicensima secutae; postremo agmine unaetvicensima Rapax et prima Italica incessere cum vexillariis trium Britannicarum legionum et electis auxiliis. [2] Profecto Caecina scripsit Fabius Valens exercitui, quem ipse ductaverat, ut in itinere opperiretur: sic sibi cum Caecina convenisse. Qui praesens eoque validior mutatum id consilium finxit, ut ingruenti bello tota mole occurreretur. [3] Ita adcelerare legiones, Cremonam, pars Hostiliam petere iussae: ipse Ravennam devertit praetexto classem adloquendi: mox Patavii secretum componendae proditionis quaesitum. Namque Lucilius Bassus post praefecturam alae Ravennati simul ac Misenensi classibus a Vitellio praepositus, quod non statim praefecturam praetorii adeptus foret, iniquam iracundiam flagitiosa perfidia ulciscebatur. Nec sciri potest traxeritne Caecinam, an, quod evenit inter malos ut et similes sint, eadem illos pravitas impulerit.
Traduzione[1] Cécina si partì con grande onore, dopo un abbraccio di Vitellio; e mandò avanti una parte della cavalleria ad occupare Cremona. Seguirono sùbito i distaccamenti della prima, della quarta, della quindicesima e della sedicesima legione, poi la quinta e la diciottesima. Vennero in retroguardia la ventunesima Rapace e la prima Italica, coi distaccamenti delle tre legioni di Britannia e con ausiliari scelti. [2] Partito Cécina, Fabio Valente scrisse a quelle truppe, di cui aveva avuto il comando, che l'aspettassero per via, che così avevan convenuto lui e Cécina. Ma questi, presente e quindi più autorevole, finse che quel progetto fosse stato modificato: così avrebbe fatto fronte al primo urto della guerra con tutto lo sforzo riunito. [3] Quindi le legioni ebbero ordine di accelerar la marcia su Cremona, mentre una parte raggiungerebbe Ostiglia: personalmente, egli deviò verso Ravenna, col pretesto di parlare alla flotta; a Padova poi cercò un recesso appartato per concertare il tradimento. Lucilio Basso infatti, dopo essere stato prefetto di un'ala di cavalleria, aveva ricevuto da Vitellio il comando delle flotte di Ravenna e del Miseno; ma voleva appagare con uno scellerato tradimento la sua ingiusta rabbia per non aver ottenuto subito la prefettura del pretorio. Né si può sapere se egli abbia trascinato Cécina, o se la medesima perversità li abbia spinti entrambi, come avviene che tra malvagi vi sia una naturale rassomiglianza.
NoteAgosto 69 d.C.
PASSO
LocalizzazioneIII, 6.1-2
Testo originale[1] Antonio vexillarios e cohortibus et partem equitum ad invadendam Italiam rapienti comes fuit Arrius Varus, strenuus bello, quam gloriam et dux Corbulo et prosperae in Armenia res addiderant. Idem secretis apud Neronem sermonibus ferebatur Corbulonis virtutes criminatus; unde infami gratia primum pilum adepto laeta ad praesens male parta mox in perniciem vertere. [2] Sed Primus ac Varus occupata Aquileia s in proxima quaeque ac Opitergii et Altini laetis animis accipiuntur. Relictum Altini praesidium adversus classis Ravennatis <conatus>, nondum defectione eius audita. Inde Patavium et Ateste partibus adiunxere. Illic cognitum tris Vitellianas cohortes alamque, cui Sebosianae nomen, ad Forum Alieni ponte iuricto consedisse.
Traduzione[1] Ad Antonio, che con distaccamenti delle coorti e con una parte della cavalleria correva a invadere l'Italia, fu compagno Arrio Varo, la cui fama di valente guerriero era stata accresciuta dall'aver avuto per comandante Corbulone e dai successi riportati in Armenia. Si diceva che in colloqui segreti con Nerone egli avesse tratto materia di accusa contro Corbulone dalle virtù stesse di lui, e così avesse ottenuto con mezzi loschi il grado di primipilo; ma i lieti onori momentanei, male acquistati, tornarono poi di rovina a lui stesso. [2] In ogni modo, Primo e Varo, padroni di Aquileia, per tutte le località più vicine e a Oderzo e ad Altino vengono accolti con gioia. Ad Altino lasciano un presidio, per far fronte ad eventuali tentativi della flotta ravennate, della cui defezione non avevano ancora notizia. Quindi guadagnarono al proprio partito Padova ed Este. Ivi' si seppe che tre coorti vitelliane e la divisione di cavalleria detta Sebosiana s'erano fermate presso Foro d'Alieno, dopo aver costruito un ponte di barche.
NoteSettembre 69 d.C.
PASSO
LocalizzazioneIII, 12
Testo originale[1] Ne in Vitellii quidem partibus quietae mentes: exitiosiore discordia non suspicionibus volgi, sed perfidia ducum turbabantur. Lucilius Bassus classis Ravennatis praefectus ambiguos militum animos, quod magna pars Dalmatae Pannoniique erant, quae provinciae Vespasiano tenebantur, partibus eius adgregaverat. Nox proditioni electa, ut ceteris ignaris soli in principia defectores coirent. [2] Bassus pudore seu metu, quisnam exitus foret, intra domum opperiebatur. Trierarchi magno tumultu Vitellii imagines invadunt, et paucis resistentium obtruncatis ceterum volgus rerum novarum studio in Vespasianum inclinabat. Tum progressus Lucilius auctorem se palam praebet. [3] Classis Cornelium Fuscum praefectum sibi destinat, qui propere adcucurrit. Bassus honorata custodia Liburnicis navibus Atriam pervectus a praefecto alae Vibennio Rufino praesidium illic agitante vincitur, sed exsoluta statim vincula interventu Hormi Caesaris liberti: is quoque inter duces habebatur.
Traduzione[1] Altrettanto inquieti erano gli animi nel partito di Vitellio, in preda a discordie ancor più funeste, perché dovuti non a sospetti della soldatesca, ma alla slealtà dei comandanti. Lucilio Basso, prefetto della flotta ravennate, aveva attirato verso il partito di Vespasiano le inclinazioni fino allora incerte dei soldati, i quali in gran parte erano di Dalmazia e di Pannonia, province occupate da lui. Fu scelta per il tradimento una notte: i fautori della diserzione dovevano riunirsi in punti di concentramento, a insaputa degli altri. [2] Basso, o per vergogna o per timore d'un insuccesso, attendeva in casa. I trierarchi abbattono con gran tumulto le statue di Vitellio; e, ammazzati i pochi che cercavano di opporsi, tutta la restante moltitudine, per smania di novità, si volgeva in favore di Vespasiano. Allora Lucilio si fa innanzi e si dichiara apertamente autore della sollevazione. [3] La flotta sceglie a prefetto Cornelio Fusco, il quale accorse prontamente. Basso, con guardia d'onore e scorta di navi liburniche, è condotto ad Adria e là imprigionato dal prefetto di cavalleria Vivennio Rufino, che comandava il presidio. Ma gli furono subito sciolti i ceppi per intervento di Ormo, liberto dell'imperatore: anche costui contava tra i capi.
NoteSettembre 69 d.C.
PASSO
LocalizzazioneIII, 36.2-3
Testo originale[2] Atque illum in nemore Aricino desidem et marcentem proditio Lucilii Bassi ac defectio classis Ravennatis perculit; nec multo post de Caecina adfertur mixtus gaudio dolor, et descivisse et ab exercitu vinctum. Plus apud socordem animum laetitia quam cura valuit. Multa cum exsultatione in urbem revectus frequenti contione pietatem militum laudibus cumulat; Publilium Sabinum praetorii praefectum ob amicitiam Caecinae vinciri iubet, substituto in locum eius Alfeno Varo.
Traduzione[2] Ma nel bosco di Aricia, mentre [Vitellio] giaceva inerte a imputridire, venne a scuoterlo il tradimento di Lucilio Basso e la defezione della flotta ravennate: non molto dopo, gli giunse la notizia riguardante Cécina, dolorosa e lieta ad un tempo: quegli aveva tradito, ma ora l'esercito lo teneva in catene. Nel suo animo indolente la gioia prevalse sull'inquietudine. Rientrato esultante a Roma, colma di lodi in un'assemblea affollata la fedeltà dei soldati; fa incarcerare il prefetto del pretorio Publilio Sabino, perché amico di Cécina, e gli sostituisce Alfeno Varo.
NoteOttobre 69 d.C.
PASSO
LocalizzazioneIII, 40
Testo originale[1] Fabius interim Valens multo ac molli concubinarum spadonumque agmine segnius quam ad bellum incedens, proditam a Lucilio Basso Ravennatem classem pernicibus nuntiis accepit. Et si coeptum iter properasset, nutantem Caecinam praevenire aut ante discrimen pugnae adsequi legiones potuisset; nec deerant qui monerent, ut cum fidissimis per occultos tramites vitata Ravenna Hostiliam Cremonamve pergeret. [2] Aliis placebat accitis ex urbe praetoriis cohortibus valida manu perrumpere: ipse inutili cunctatione agendi tempora consultando consumpsit; mox utrumque consilium aspernatus, quod inter ancipitia deterrimum est, dum media sequitur, nec ausus est satis nec providit.
Traduzione[1] Frattanto Fabio Valente, che con un numeroso ed effeminato séguito di concubine e di evirati avanzava troppo lentamente per un'impresa di guerra, apprese da messaggeri veloci che la flotta ravennate era stata consegnata a tradimento da Lucilio Basso. Se avesse accelerato la marcia, avrebbe potuto prevenire Cécina mentre era ancora titubante, o almeno raggiungere le legioni prima della battaglia decisiva; e c'era chi lo esortava a muovere coi più fidi per strade traverse su Ostiglia o su Cremona, evitando Ravenna. [2] Altri erano del parere che egli si aprisse il passaggio con un forte manipolo di pretoriani, fatti venire da Roma; quanto a lui, con un dannoso temporeggiare, sprecò in deliberazioni il momento di agire; poi, rifiutando l'uno e l'altro piano, per voler seguire una via di mezzo — pessimo partito nei momenti gravi — non fu né abbastanza audace né abbastanza prudente.
NoteOttobre 69 d.C.
PASSO
LocalizzazioneIII, 50
Testo originale[1] Ceterum propinqua hieme et umentibus Pado campis expeditum agmen incedere. Signa aquilaeque victricium legionum, milites volneribus aut aetate graves, plerique etiam integri Veronae relicti: sufficere cohortes alaeque et e legionibus lecti profligato iam bello videbantur. [2] Undecima legio sese adiunxerat, initio cunctata, sed prosperis rebus anxia quod defuisset; sex milia Dalmatarum, recens dilectus, comitabantur; ducebat Pompeius Silvanus consularis: vis consiliorum penes Annium Bassum legionis legatum. Is Silvanum socordem bello et dies rerum verbis terentem specie obsequii regebat, ad omniaque, quae agenda forent, quieta cum industria aderat. [3] Ad has copias e classicis Ravennatibus legionariam militiam poscentibus optumus quisque adsciti: classem Dalmatae supplevere. Exercitus ducesque ad Fanum Fortunae iter sistunt, de summa rerum cunctantes, quod motas ex urbe praetorias cohortes audierant et teneri praesidiis Appenninum rebantur; et ipsos in regione bello adtrita inopia et seditiosae militum voces terrebant, clavarium (donativi nomen est) flagitantium. Nec pecuniam aut frumentum providerant, et festinatio atque aviditas praepediebant, dum, quae accipi poterant, rapiuntur.
Traduzione[1] In ogni modo, poiché l'inverno si avvicinava e la pianura era allagata dal Po, la schiera si mise in marcia senza salmerie. Le insegne e le aquile delle legioni vittoriose, i soldati feriti o di età avanzata e anche molti di quelli validi furono lasciati a Verona: le coorti e la cavalleria ausiliaria e distaccamenti di legionari parevano sufficienti per una guerra ormai vinta. [2] Si era aggiunta la legione undicesima, esitante all'inizio, ma, dopo il felice esito, preoccupata di non avervi preso parte; l'accompagnavano seimila Dalmati, di leva recente; la comandava il consolare Pompeo Silvano; ma la mente direttiva era il legato della legione Annio Basso. Questi, subordinato in apparenza, in realtà dominava Silvano, che, neghittoso ed imbelle, consumava in discorsi giornate adatte all'azione. Basso, con tranquillo zelo, era sempre presente, qualunque cosa si dovesse fare. [3] A queste forze vennero aggregati i migliori marinai della flotta ravennate, che chiedevano di servire nelle legioni; i vuoti nella flotta vennero colmati dai Dalmati. Esercito e comandanti si fermano al Tempio della Fortuna [Fano], poco sicuri della situazione generale, perché avevano sentito dire che da Roma si erano mosse le coorti dei pretoriani e credevano l'Appennino guarnito di presidi; per di più, in quella regione devastata dalla guerra li spaventavano la carestia e le voci sediziose dei soldati, che reclamavano il clavario (è il nome di un donativo). Né avevano provveduto denaro o frumento, e la fretta e l'avidità aggravavano il loro imbarazzo: ché le truppe arraffavano quello che avrebbero potuto ricevere in distribuzione.
NoteNovembre 69 d.C.
PASSO
LocalizzazioneIII, 52.1
Testo originaleAntonio ducibusque partium praemitti equites omnemque Umbriam explorari placuit, si qua Appennini iuga clementius adirentur; adciri aquilas signaque et quidquid Veronae militum foret, Padumque et mare commeatibus compleri. Erant inter duces qui necterent moras: quippe nimius iam Antonius, et certiora ex Muciano sperabantur.
TraduzioneAntonio e i capi del partito decisero di mandare avanti la cavalleria e di esplorare tutta l'Umbria, per il caso che in qualche punto si potesse varcare l'Appennino un po' più agevolmente; si richiamarono inoltre le aquile e le insegne e quanto v'era di soldati a Verona, e il Po e il mare si riempirono di convogli. Qualcuno tra i comandanti cercava di creare degli indugi: ché Antonio ormai voleva imporsi troppo, e si speravano compensi più sicuri da Muciano.
NoteNovembre 69 d.C.
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Data2011
NomeAssorati G.

ultima modifica: 09/08/2011
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