FONTE
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AutoreMarziale
Titolo operaEpigrammata
Anno86-101 d.C.
Periodoetà flavia
EpocaAlto Imperiale
Noteed.: S. Beta (a cura di), Epigrammi, Milano 1995 (trad. del curatore).
PASSO
LocalizzazioneII, 74
Testo originaleCinctum togatis post et ante Saufeium, / quanta reduci Regulus solet turba, / ad alta tonsum templa cum reum misit, / Materne, cernis? Invidere nolito: / comitatus iste sit precor tuus numquam. / Hos illi amicos et greges togatorum /
Fuficulenus praestat et Faventinus.

TraduzioneLo vedi Saufeio, circondato davanti e di dietro dalla gente in toga – tanta quanta quella che circonda l'avvocato Regolo quando ha mandato il suo cliente a dedicare la sua barba agli dei Supremi? Non lo invidiare, Materno. Prego che tu non goda mai di una simile compagnia. Quegli amici, quella schiera di gente togata, glieli procurano gli usurai Fuficuleno e Faventino.
Note86/87 d.C.: è dubbio che l'usuraio Faventino fosse di Faenza.
PASSO
LocalizzazioneIII, 4
Testo originaleRomam vade, liber: si, veneris unde, requiret, / Aemiliae dices de regione viae. / Si, quibus in terris, qua simus in urbe, rogabit, / Corneli referas me licet esse Foro. / Cur absim, quaeret: breviter tu multa fatere: / "Non poterat vanae taedia ferre togae". / "Quando venit?" dicet: tu respondeto: "Poeta / Exierat: veniet. cum citharoedus erit".
TraduzioneO libro, parti per Roma: se ti chiederanno da dove vieni, risponderai che vieni dalla regione della via Emilia. Se ti domanderanno in quale terra, in quale città mi trovo, puoi dire che sono al Foro di Cornelio, la città di Imola. Vorranno sapere perché sono via: tu rispondi veloce: «Non sopportava la seccatura di portare la toga del cliente». Ti diranno: «Quando torna?». Rispondi: «Quando se ne andò era poeta: quando saprà suonare la cetra, ritornerà».
Note87/88 d.C.
PASSO
LocalizzazioneIII, 56
Testo originaleSit cisterna mihi, quam vinea, malo Ravennae, / Cum possim multo vendere pluris aquam.
TraduzionePreferirei una cisterna d'acqua piuttosto che una vigna a Ravenna: potrei vendere l'acqua a un prezzo maggiore.
Note87/88 d.C.
PASSO
LocalizzazioneIII, 57
Testo originaleCallidus inposuit nuper mihi copo Ravennae: / Cum peterem mixtum, vendidit ille merum.
TraduzioneUn oste astuto di Ravenna mi ha fatto un bello scherzetto io chiedevo vino annacquato, lui me lo ha dato schietto.
Note87/88 d.C.
PASSO
LocalizzazioneIII, 67
Testo originaleCessatis, pueri, nihilque nostis, / Vaterno Rasinaque pigriores, / Quorum per vada tarda navigantes Lentos tinguitis ad celeuma remos. / Iam prono Phaethonte sudat Aethon / Exarsitque dies, et hora lassos / Interiungit equos meridiana. / At vos tam placidas vagi per undas / Tuta luditis otium carina. / Non nautas puto vos, sed Argonautas.
TraduzioneBasta, ragazzi, non capite niente, siete più pigri del Vaterno [Santerno] e della Rasina, i lenti fiumi che percorrete navigando, lentamente bagnando i remi al canto cadenzato del timoniere. Già Fetonte si china, già Etone suda, il giorno brucia, l'ora del mezzogiorno stacca i cavalli stanchi dalla biga. Ma voi, vagando per le placide onde, vi fate beffe dell'ozio al riparo della vostra barchetta Non siete navigatori: siete Argonauti svogliati.
Note87/88 d.C.
PASSO
LocalizzazioneIII, 91
Testo originaleCum peteret patriae missicius arva Ravennae, / Semiviro Cybeles cum grege iunxit iter. / Huic comes haerebat domini fugitivus Achillas / Insignis forma nequitiaque puer. / Hoc steriles sensere viri: qua parte cubaret / Quaerunt. Sed tacitos sensit et ille dolos. / Mentitur, credunt. Somni post vina petuntur: / Continuo ferrum noxia turba rapit / Exciduntque senem, spondae qui parte iacebat; / Namque puer pluteo vindice tutus erat. / Subpositam quondam fama est pro virgine cervam, / At nunc pro cervo mentula subposita est.
TraduzioneUn veterano che tornava ai campi della sua Ravenna incontra lungo la strada una schiera di castrati di Cibele. Viaggiava con lui Achilla, uno schiavo fuggitivo, un ragazzo eccezionale per bellezza e furberia. Gli uomini sterili se ne accorgono: chiedono dove dorma. Ma Achilla comprese il loro inganno silenzioso: mente, gli credono. Dopo una bevuta, vanno a dormire: subito la schiera sanguinaria afferra un pugnale, castrando il vecchio soldato che giaceva sulla sponda del letto; il ragazzo infatti se ne stava al sicuro dietro un parapetto. Si dice che una cerva prese un tempo il posto di una vergine: ora un cazzo ha preso il posto di un ragazzo.
Note87/88 d.C.
PASSO
LocalizzazioneIII, 93
Testo originaleCum tibi trecenti consules, Vetustilla, / Et tres capilli quattuorque sint dentes, / Pectus cicadae, crus colorque formicae; / Rugosiorem cum geras stola frontem / Et araneorum cassibus pares mammas; / Cum conparata rictibus tuis ora / Niliacus habeat corcodilus angusta, / Meliusque ranae garriant Ravennates, / Et Atrianus dulcius culex cantet, / Videasque quantum noctuae vident mane, / Et illud oleas quod viri capellarum, / Et anatis habeas orthopygium macrae, / Senemque Cynicum vincat osseus cunnus; / Cum te lucerna balneator extincta / Admittat inter bustuarias moechas; / Cum bruma mensem sit tibi per Augustum / Regelare nec te pestilentia possit: / Audes ducentas nuptuire post mortes / Virumque demens cineribus tuis quaeris / Prurire. Quid si Sattiae velit saxum? / Quis coniugem te, quis vocabit uxorem, / Philomelus aviam quam vocaverat nuper? / Quod si cadaver exigis tuum scalpi, / Sternatur Acori de triclinio lectus, / Talassionemqui tuum decet solus, / Ustorque taedas praeferat novae nuptae: / Intrare in istum sola fax potest cunnum.
TraduzioneHai visto morire trecento consoli, Vetustilla, hai tre capelli e quattro denti, il seno di una cicala, le gambe e il colore di una formica; la tua fronte ha più pieghe di una veste, le tue mammelle sono simili alle tele dei ragni; le fauci di un coccodrillo del Nilo sono minuscole se paragonate alle tue mascelle; le rane di Ravenna hanno un gracidio più delicato, la zanzara dell'Adriatico un ronzio più dolce; la tua vista è come quella delle civette di giorno, hai l'odore del maschio delle caprette, hai il coccige di un'anatra magra, la tua fica ossuta batterebbe un filosofo cinico decrepito; il bagnino ti fa entrare, quando la fiaccola è spenta, tra le puttane che battono nei cimiteri; anche nel mese d'agosto per te è come d'inverno, nemmeno la febbre di una pestilenza ti può scongelare: e nonostante questo, dopo duecento morti, ti vuoi sposare cerchi, pazza che sei, un marito che bruci d'amore per la tua tomba. E se Sattia provasse le tue stesse voglie? Chi ti chiamerà "sposa", chi "moglie", tu che il vecchio Filomelo chiamava "nonna"? Se pretendi che qualcuno gratti il tuo cadavere, si prepari un letto dal triclinio di Acori, l'impresario di pompe funebri, il solo che si addice alle tue nozze Il becchino porterà le fiaccole alla novella sposa: solo una torcia può entrare nella tua cosa.
Note87/88 d.C.
PASSO
LocalizzazioneVI, 85
Testo originaleEditur en sextus sine te mihi, Rufe Camoni, / Nec te lectorem sperat, amice, liber: / Impia Cappadocum tellus et numine laevo / Visa tibi cineres reddit et ossa patri. / Funde tuo lacrimas orbata Bononia Rufo, / Et resonet tota planctus in Aemilia: / Heu qualis pietas, heu quam brevis occidit aetas! / Viderat Alphei praemia quinta modo. / Pectore tu memori nostros evolvere lusus, / Tu solitus totos, Rufe, tenere iocos, / Accipe cum fletu maesti breve carmen amici / Atque haec absentis tura fuisse puta.
TraduzioneEcco, esce senza di te, o Camonio Rufo, il mio sesto libro, e non posso sperare che tu lo legga, amico mio: la terra crudele dei Cappadoci, visitata sotto presagi funesti, restituisce a tuo padre le tue ceneri, le ossa. Versa lacrime, Bologna, privata del tuo Rufo, il suono del tuo pianto si senta per tutta l'Emilia: ahimè che dolore, ahimè che breve giovinezza è morta! Aveva appena visto la quinta gara olimpica del fiume Alfeo. Tu che solevi recitare a memoria i miei scherzi, che ricordavi, o Rufo, tutti i miei versi spiritosi, accetta la breve poesia del tuo triste amico che piange, considerala l'incenso funebre di chi si trova lontano.
Note90 d.C.
PASSO
LocalizzazioneX, 12
Testo originaleAemiliae gentes et Apollineas Vercellas / Et Phaethontei qui petis arva Padi, / Ne vivam, nisi te, Domiti, dimitto libenter, / Grata licet sine te sit mihi nulla dies: / Sed desiderium tanti est, ut messe vel una / Urbano releves colla perusta iugo. / I precor et totos avida cute combibe soles, / O quam formosus, dum peregrinus eris! / Et venies albis non cognoscendus amicis / Livebitque tuis pallida turba genis. / Sed via quem dederit, rapiet cito Roma colorem, / Niliaco redeas tu licet ore niger.
TraduzioneTu che vai verso le genti dell'Emilia, verso le Vercelle care ad Apollo, verso i campi del Po dove cadde Fetonte, possa io morire, Domizio, se non ti lascio partire volentieri, anche se nessun giorno mi darà piacere quando non ci sarai: ma tanto è il mio desiderio che tu con una sola estate possa ristorare il collo bruciato dalla dura vita cittadina. Va', ti prego, impregna la tua avida pelle di molto sole — sarai bellissimo fino a che sarai in terra straniera! I tuoi bianchi amici non ti riconosceranno, la pallida folla invidierà le tue guance quando sarai tornato. Ma, anche se tu dovessi ritornare nero come un egiziano, Roma ti toglierà presto il colore che il viaggio ti avrà dato.
Note98 d.C.
PASSO
LocalizzazioneX, 51
Testo originaleSidera iam Tyrius Phrixei respicit agni / Taurus, et alternum Castora fugit hiems; / Ridet ager, vestitur humus, vestitur et arbor, / Ismarium paelex Attica plorat Ityn. / Quos, Faustine, dies, qualem tibi Roma Ravennam / Abstulit! o soles, o tunicata quies! / O nemus, o fontes solidumque madentis harenae / Litus et aequoreis splendidus Anxur aquis, / Et non unius spectator lectulus undae, / Qui videt hinc puppes fluminis, inde maris! / Sed nec Marcelli Pompeianumque, nec illic / Sunt triplices thermae, nec fora iuncta quater, / Nec Capitolini summum penetrale Tonantis, / Quaeque nitent caelo proxima tempia suo. / Dicere te lassum quotiens ego credo Quirino: / 'Quae tua sunt, tibi habe: quae mea, redde mihi'.
TraduzioneIl Toro fenicio guarda dietro di sé la stella dell'Ariete, l'agnello di Frisso, mentre l'inverno fugge i due Gemelli; il prato ride, la terra si riveste, si rivestono gli alberi, la concubina attica piange il tracio Iti. Che giorni, che delizie da ravennati ti ha rubato Roma, o Faustino! Che sole, che dormite con la tunica! O bosco, o sorgenti, o solida spiaggia di umida sabbia, Terracina meravigliosa per le sue acque trasparenti, lettuccio che non guarda verso una onda sola, che da qui vede le navi del fiume, da là quelle del mare! Ma qui non ci sono i teatri di Marcello e di Pompeo, non ci sono le tre terme né i quattro fori collegati, né il sommo tempio di Giove Tonante sul Campidoglio, né i santuari che rifulgono vicinissimi al cielo divino. Eppure mi sembra di averti sentito dire, stanco, a Quirino: «Tieni per te le cose tue: le cose mie, io le rivoglio».
Note98 d.C.
PASSO
LocalizzazioneXI, 21
Testo originaleLydia tam laxa est, equitis quam culus aheni, / Quam celer arguto qui sonat aere trochus, / Quam rota transmisso totiens inpacta petauro, / Quam vetus a crassa calceus udus aqua, / Quam quae rara vagos expectant retia turdos, / Quam Pompeiano vela negata noto, / Quam quae de pthisico lapsa est armilla cinaedo, / Culcita Leuconico quam viduata suo, / Quam veteres bracae Brittonis pauperis, et quam / Turpe Ravennatis guttur onocrotali. / Hanc in piscina dicor futuisse marina. / Nescio; piscinam me futuisse puto.
TraduzioneLidia è larga come il culo di un cavallo di bronzo, come una trottola veloce che risuona di campanellini, come il cerchio poggiato alla testa del saltimbanco, come una vecchia scarpa ammollata nell'acqua densa, come le reti bucate che aspettano i tordi vaganti, come il sipario piegato nel teatro di Pompeo per colpa del Noto, come il braccialetto caduto dal braccio di un culattone tisico, come un cuscino privato della sua imbottitura, come i vecchi pantaloni di un bretone squattrinato, come la gola disgustosa di un pellicano ravennate. Dicono che io me la sia scopata in una piscina di mare. Non so: a me pare di aver scopato la piscina.
Note98 d.C.
PASSO
LocalizzazioneXenia (Epigrammata, liber XIII), 21
Testo originaleASPARAGI / Mollis in aequorea quae crevit spina Ravenna, / Non erit incultis gratior asparagis.
TraduzioneASPARAGI. Le tenere spine che crescono nelle paludi di Ravenna non saranno più saporite degli asparagi selvatici.
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Data2011
NomeAssorati G.

data ultima modifica: 12/08/2011
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